Genova (Liguria) 18 settembre 2017

Racconti, 2047 Italia 145 milioni di abitanti Parte Quarta

Decisi di fare ancora un bagno nel fiume, per rinfrescarmi un po’ e prepararmi a questo viaggio di ritorno, non più solo, ma in ottima compagnia. Pensai, come sono arrivato in questo posto, giungerò anche a casa, vidi che anche gli altri si rinfrescavano, sentivo pace, tranquillità, si era instaurato un clima di serenità, complicità fra noi. Mi venne incontro Manuel e mi disse che erano tutti pronti, per partire, annui. Si ritorniamo a casa. Questa volta passammo da un ponte di barche, che era poco più in là. Era incredibile vedere come si stava instaurando un clima amichevole fra noi, persone così diverse, che scherzavano fra loro, anche se nella loro patria, non si potevano nemmeno vedere, non per un problema loro, ma dei loro governi, dei loro politici, delle religioni, mai nessuno aveva proposto la pace in questa maniera, come lo sconosciuto, quello del twetter. Partendo dall’amicizia, del popolo, con il popolo, per la gente, quella che incontriamo ogni giorno per le strade delle nostre città, che vive il nostro tempo insieme con noi. Partimmo, mi accorsi che eravamo tutti in fila per tre o quattro, sentivo le risate un po’ qui e la. Il più allegro era il russo vicino a me, che ripeteva “v’immaginate Puttin, che non vende armi, petrolio, gas, e non fa più guerre fredde, non finanzia più nessun terrorista, insieme alla Cia”? Risi anch’io, pensai a quanti stati in Europa vendono armi, l’Italia con le sue armi di precisione, bombe, le esporta in tutto il Medio Oriente, le mine anti uomo, quelle che non uccidono, ma privano degli arti, gambe, braccia, quelle che uccidono ancora oggi bambini, non sono da meno. Dal 2003 l’Italia aderisce alla messa al bando delle mine, e distrugge i propri arsenali, ma per i prossimi cinquanta anni, le mine vendute sono ancora nei terreni, dove non ci sono più soldati, ma il popolo … Inglesi Tedeschi, francesi, e tanti altri paesi dell’est, dove la globalizzazione permette tutto questo, sempre in vendita al migliore offerente tutto e di più… e il Pil sale. Non so quanto tempo fosse passato dalla partenza, ma nessuno sentiva la fatica, fame o sete, una strana magia soffiava su di noi. Non sapevo nemmeno, dove ero, ma ero felice, già pensavo al momento dell’arrivo a casa, c’era Mimi la mia gatta, avevo avvertito il grande amico Marco di occuparsi di lei, anche se sapevo che lo avrebbe fatto ugualmente. È lui che si occupa della casa e di me, è come un fratello per me, lascherò tutto a lui e alla sua famiglia, una volta che non ci sarò più. Il podere dove abitavo era in campagna era sempre stato della mia famiglia, da quattro generazioni. Anche la famiglia di Marco era al nostro servizio da quattro generazioni. Io occupavo solo una piccola parte della casa, quella con la terrazza a est era la mia preferita, e lì che ogni mattina prendo il mio caffè, e aspetto il sorgere del sole, come faceva mio padre, mio nonno e il padre di mio nonno. Era una casa con un grande giardino, e tanta campagna una volta fertile e ricca, ci lavorava più di cento contadini con le loro famiglie. Non so da quanto stavamo camminando, ma incominciavo a riconoscere la campagna di mio padre, aveva fatto circondare i campi da cipressi, querce secolari, faggi, abeti, una piccola foresta di eucalipto, alberi da frutto per tutto il perimetro della campagna, serviva per tutto il personale e la sua famiglia. Fu costruita verso la fine del ‘700, vi lavoravano fino a trecento contadini con le loro famiglie. Coltivavano mais, frumento, cereali, e tutto quello che servivano per vivere. Verso la fine dell’ottocento, a causa della crisi economica, la grande depressione e il grande esodo verso l’Europa e l’America, molti contadini partirono cercando fortuna in paesi sconosciuti e non sempre ospitali. Fu allora che mio nonno pensò di dividere la campagna in lotti uguali, e donarli ai contadini come usufrutto, per chi voleva fermarsi, e accontentarsi della terra, dei beni che ci offre ogni giorno, una vita dura, piena di sacrifici, di sudori, ma da uomini liberi. Guardai i miei nuovi compagni e gli feci segno che mancava poco, molti di loro si erano fermati a raccogliere un po’ di frutta, a bere l’acqua del ruscello che alimentava l’acquedotto di tutta la casa. Arrivava dalla montagna vicina era fresca tutto l’anno, ed era la stessa che beveva, mio padre, il nonno e suo nonno, che terra, che pace. Pensavo a mia moglie che una mattina, sbattendo la porta se ne andò, non sopportava la monotonia della campagna, di punto in bianco mi disse, rimani tu con i polli, galline, maiali, papere, mucche … sbattendo la porta se ne andò, circa dieci anni fa. Non mi è mai mancata, anche perché non potevamo avere figli; a quel tempo pensavo come portare avanti le tradizioni famigliari, poi pensai alla famiglia di Marco, e allora capì, le parole di mio padre, che mi ripeteva, ricordati la terra è di chi la lavora. Molte volte mi chiedo, qualcuno sa cosa stiamo cercando … qualcuno sa per cosa viviamo … Non ho mai avuto risposta da nessuno. Mi guardai tutto intorno, raccolsi un po’ di terra, era ancora grassa, umida, profumata, pronta da arare e seminare, anche se erano molti anni che nessuno la coltivava. Mio padre se la metteva in bocca, e sapeva che era tempo d’ingrassarla o il momento della semina … dicendomi, questo è il sapore della vita, perché è lei che ci da il modo di vivere, non dimenticarlo mai. Quanto mi manchi padre, mi hai fatto crescere in un paradiso, fatto di giochi, lavoro, tra favole e realtà, un mondo incantato.
Mi venne incontro Marco che avevo avvertito del mio arrivo con amici, mi sorrise, lo abbracciai, per me è della mia famiglia da sempre, siamo cresciuti insieme. Gli presentai i nostri nuovi amici, per i loro nomi ci vuole del tempo per impararli tutti, dissi ma ero ottimista, mi venne incontro Mimi, che gatta, dodici anni di allegria, e di vita. Chiesi a Marco, dove li mettiamo tutti … è tutto pronto non ti preoccupare, abbiamo aperto l’ala sud, come una volta, ti ricordi quando eravamo più di cento l’ultima volta, ricordi di un matrimonio finito, non importa il passato se si vive il presente. Fine quarta parte.