Brembio (Lombardia) 01 agosto 2015

Emergenza profughi, l’assemblea non fuga dubbi e paure

Questa mattina, sabato 1 agosto, a Brembio presso uno degli spazi messi a disposizione dalla Festa de l’Unità, che prosegue ancora fino a domani, domenica, si è svolta l’assemblea pubblica sull’emergenza profughi in paese, dopo che un condominio in zona centrale è stato messo a disposizione dall’immobiliarista proprietario per la partecipazione al bando di gara della prefettura di Lodi per l’accoglienza dei migranti. Si farà un resoconto degli interventi del sindaco e degli altri amministratori e del dibattito in un successivo articolo. Anticipando che lo stato d’animo dei cittadini intervenuti è stato in gran parte di rifiuto, qui si vuole solo evidenziare un aspetto delle modalità dell’accoglienza che pareva avere, seppure con molto scetticismo dei più, un aspetto positivo, ma che nella realtà è gravido di punti interrogativi stante recenti fatti di cui si dirà più avanti.
Contrariamente alle indiscrezioni, da quanto si è capito non è l’immobiliarista che partecipa in prima persona al bando ma una onlus che utilizzerà il condominio pagando alla proprietà l’affitto dei locali. Solo in conclusione dell’assemblea è uscito il nome della onlus: il consorzio Area Solidale Onlus, che già gestisce un’accoglienza di profughi in Via Selvagreca. Secondo un report recuperato in Internet, aggiornato al 25 novembre 2014, la sua sede legale si troverebbe in Via Lodi a Secugnago.
Si tratta di una onlus di assistenza sociale residenziale che già ha trovato spazio sulle pagine dei giornali per le modalità non esenti da critiche, per usare un eufemismo, di gestione dei migranti.
Il quotidiano Il Giorno, infatti, nella cronaca locale ha dedicato alla onlus almeno due articoli. In un articolo dell’1 luglio 2015, “Ogni notte qui diventa un inferno: il grido degli abitanti della Selvagreca”, venivano descritti i disagi che i residenti del quartiere dovevano subire a causa della presenza dei 45 profughi ospitati dalla onlus. “Abbiamo sentito le urla, le botte, è stato tremendo. E ogni notte qui va sempre peggio”, le parole di un residente, usate come incipit dell’articolo, già esprimono tutta la sofferenza di chi era abituato a vivere “in un quartiere che, raccontano i residenti, un tempo era tranquillo e silenzioso”. L’articolo parla di diverse segnalazioni alle forze dell’ordine negli ultimi giorni di giugno da parte dei residenti che “si dicono stanchi di non dormire la notte per le urla e le continue discussioni, preoccupati dalla sporcizia e dal degrado che arrivano da quella struttura, dove spesso i rifiuti vengono gettati giù dalla finestra attirando topi e animali, ma anche spaventati, per le continue liti”. Ma neppure chiamare le forze dell’ordine gioverebbe secondo i racconti dei residenti raccolti dal giornale: “Ogni volta che ci proviamo ci dicono che hanno già una pila di segnalazioni, e quando esce una pattuglia si limitano a fermarsi e ripartire dopo pochi minuti, senza nemmeno entrare”, così una donna; e un’altra che abita nella casa accanto dicendo di qualche giorno prima: “Mi sono svegliata con quelle urla nelle orecchie, avevo i brividi ma mi sono comunque affacciata e ho visto un gran trambusto. Da quanto abbiamo capito un uomo ha picchiato sua moglie, o fidanzata, non sappiamo, che era pure incinta. Sono arrivate le sirene, polizia e ambulanza, e hanno portato la giovane di colore in ospedale. Dopo il viaggio in ospedale abbiamo visto la giovane rientrare in casa, come se non fosse successo nulla. Mi chiedo che vita facciano queste persone in quella casa”. Un residente, che abita difronte, ha raccontato questo episodio: “La scorsa settimana stavo uscendo per andare in ospedale, dove lavoro. Ho aperto il cancello, non ho nemmeno fatto tempo a salire in macchina che mi sono trovato un nigeriano che mi vomitava in cortile, ubriaco. Gli ho chiesto di andar via, dopo un po’ ne sono arrivati altri. Il problema è che nessuno parla una parola di italiano e non sai mai come potrebbero reagire, soprattutto da ubriachi”.
La struttura di prima accoglienza di Via Selvagreca, di cui i residenti dicono: “Quella era una casa abitata da cinque persone, ora ce ne sono più di 40”, è formata da sette stanze tutte occupate, come raccontava un precedente articolo dello stesso quotidiano del 12 giugno: la più grande intorno ai 20 mq, la più piccola occupata da 4 persone che non arriva a 8 mq. La casa è su due livelli, al piano superiore 6 camere con 5 docce e 5 wc, nelle stanze un minimo di 6 letti fino ad un massimo di 9, a castello. “Non si respira, viviamo uno sull’altro, ammassati come cani. questa non è vita”, sono parole dei profughi, raccolte dal cronista. Quella di un lavandino “è l’unica acqua che abbiamo a disposizione. Il primo mese ci davano le bottiglie, cibo, perfino qualche vestito. Ora invece tutto quello che abbiamo ce lo compriamo da soli, a parte qualche biscotto la mattina”. Naturalmente, come l’articolo riporta, il gestore smentisce, ma è anche vero quanto dicono i profughi: “È dura, perché quando dici che qualcosa non va nessuno ti crede. E se parli, rischi di sentirti dire solo: zitto, oppure ti rimando in Africa”.
Non è questo fare cassa sui migranti? proprio ciò che raccoglieva la contrarietà nell’assemblea odierna da parte degli amministratori brembiesi? Ben si capisce, dunque, la reale consistenza dei primi numeri delle indiscrezioni, una settantina i profughi da ospitare, poi ridimensionata a 20, 30. Ma i controlli, che pure sono con enfasi previsti, dove sono? Si fanno? O semplicemente ci si limita a risolvere minimamente un problema in ossequienza ai livelli superiori, ma creando problemi ad altre istituzioni e ai cittadini che pagano le tasse e che meriterebbero un maggior rispetto dal governo e dallo stato? Il sindaco di Brembio, la giunta ed il consiglio comunale hanno minacciato al prefetto le dimissioni in massa se si forzerà la situazione imponendo un numero superiore alla disponibilità massima di accoglienza di 9: un gesto che forse non cambierebbe nulla nella realtà delle cose, perché difficilmente il commissario prefettizio si opporrebbe alle direttive di chi lo nomina, ma rappresenterebbe un gesto simbolico forte per dire che la misura è colma riguardo all’approssimazione con cui si gestisce l’emergenza migranti, anche a fronte di proposte di buon senso come quella avanzata dall’Associazione dei Comuni del Lodigiano, e cioè una microaccoglienza diffusa con quote non superabili, distribuita in tutti i comuni del territorio, che tenga conto del fatto che la provincia conta in tutto 220 mila abitanti e che 56 comuni sono sotto i 10 mila abitanti.