Catania (Sicilia) 29 marzo 2015

21° Premio Internazionale Livatino Saetta a Fabio Amendolara

Sarà assegnato anche al giovane cronista lucano, Fabio Amendolara, il Premio Internazionale “Rosario Livatino e Antonino Saetta”, organizzato dall’omonimo comitato spontaneo Antimafie di Riposto, giunto quest’anno alla sua XXI edizione.
La cerimonia di premiazione, si terrà sabato 16 maggio a Catania, nel corso di una manifestazione pubblica nella sede del quotidiano La Sicilia, alla presenza di quanti, magistrati, forze dell’ordine, giornalisti, uomini e donne qualunque, Associazioni, Movimenti spendono la loro vita ed il loro impegno per l’affermazione dei Valori della legalità, nella lotta alla mafia ed alla criminalità organizzata e per l’affermazione di una libera informazione.
Un Premio, che nelle finalità del comitato promotore, ha il nobile scopo di non dimenticare e di onorare negli anni, la memoria di due validi e coraggiosi magistrati, assassinati dalla mafia (Antonino Saetta, barbaramente ucciso nel 1988 insieme al figlio Francesco e Rosario Livatino, freddato nel 1990 e per cui è in corso il processo di Beatificazione voluto da Giovanni Paolo II, entrambi nativi di Canicattì) che hanno sacrificato se stessi seminando però nella comunità siciliana e non solo, la cultura di quella Giustizia che deve far sempre trionfare il bene e la legalità sulla mafia e l’illegalità.
ANTONINO SAETTA – Un giudice integerrimo ucciso per non essersi piegato al ricatto di Cosa Nostra. Dopo quasi sette anni la direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta è riuscita a individuare esecutori e mandanti dell’assassinio di Antonino Saetta, il presidente della Corte d’ assise d’ appello di Palermo trucidato con il figlio Stefano il 25 settembre dell’ 88 vicino a Canicattì. Un omicidio “dimenticato”, come ha detto il procuratore Gianni Tinebra, e che assume un’importanza rilevante nella strategia di Cosa Nostra. Il giudice sarebbe stato “avvicinato” dalla mafia per “aggiustare” un processo, ma oppose un rifiuto. L’ ordine di uccidere Antonino Saetta partì da Totò Riina in persona. Il delitto aveva un duplice risvolto: “punitivo”, perchè sanzionava con la pena di morte il magistrato che aveva condannato all’ ergastolo i killer del capitano dei carabinieri Emanuele Basile; “preventivo”, in quanto Saetta avrebbe dovuto presiedere l’ appello del maxi processo, in cui figuravano come mandanti dell’ omicidio Basile lo stesso Riina e il boss della cupola Francesco Madonia. E questa la ricostruzione della Procura della Repubblica di Caltanissetta che ha chiesto e ottenuto dal Gip Gilda Lo Forti l’ emissione di tre ordini di custodia cautelare notificati in carcere a Toto’ Riina e Francesco Madonia, indicati come mandanti dell’ agguato, e a Pietro Ribisi, uno dei “fratelli terribili” di Palma di Montechiaro che avrebbe fatto parte del “gruppo di fuoco”. Gli altri tre del commando, Michele Montagna, Nicola Brancato e Giuseppe Di Caro, non potranno essere giudicati perchè frattanto sono già stati uccisi per una “sentenza” inappellabile emessa da Cosa Nostra. Il primo a parlare dell’omicidio Saetta era stato Francesco Marino Mannoia, ma gli inquirenti non riuscirono a trovare riscontri sufficienti alle sue dichiarazioni e furono costretti ad archiviare le indagini nel febbraio del ‘ 92. Il “caso” si riaprì nel novembre dello stesso anno dopo le rivelazioni di altri sei pentiti. Antonino Saetta, 66 anni, fu assassinato mentre con il figlio Stefano, di 35 anni, percorreva la strada tra Canicatti’ e Caltanissetta. I killer spararono contro l’ auto del magistrato una settantina di colpi di mitraglietta. Una settimana prima Saetta aveva depositato le motivazioni della sentenza d’appello per l’uccisione del capitano Basile, uno dei processi di mafia più “emblematici” nella storia giudiziaria italiana, con due annullamenti della Cassazione. I tre sicari, Armando Bonanno, Vincenzo Puccio e Giuseppe Madonia, figlio del boss Francesco furono condannati all’ergastolo dopo essere stati assolti in primo grado. Secondo i pentiti, Cosa Nostra avrebbe minacciato, oltre al presidente, anche i giudici popolari.
ROSARIO LIVATINO – Sono trascorsi ventidue anni dall’assassinio del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia a soli 37 anni, il 21 settembre 1990, mentre, a bordo della sua auto, senza scorta, si dirigeva verso il suo ufficio. In servizio presso il tribunale di Agrigento pagò con la vita il suo impegno per il rispetto della legalità e la difesa dei valori costituzionali. La sua vicenda è stata oggetto di volumi, film, e rievocazioni pubbliche. Tra le opere più significative si segnalano i libri di Nando Dalla Chiesa, Il giudice ragazzino, di Pietro Calderoni, L’avventura di un uomo tranquillo, ed il recente Il piccolo giudice, di Ida Abate, insegnante di Livatino al liceo. L’attore Giulio Scarpati ha interpretato Livatino nella ricostruzione cinematografica del regista Alessandro Di Robilant, mentre Salvatore Presti ha diretto il documentario, Luce verticale. Rosario Livatino. Il martirio.
Rosario Livatino nasce a Canicattì, in provincia di Agrigento, il 3 ottobre 1952 da Vincenzo, avvocato, e Rosalia Corbo. Figlio unico, si iscrive al liceo classico Ugo Foscolo. Nel 1971 si trasferisce a Palermo dove in soli quattro anni si laurea in Giurisprudenza cum laude. Successivamente lavora per un anno presso l’Ufficio del Registro di Agrigento. Nel 1978 entra in magistratura vincendo un concorso di uditore giudiziario. Viene assegnato al Tribunale di Caltanisetta. Scrive Livatino nel suo diario: «Ho prestato giuramento, da oggi quindi sono in Magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento, e a comportarmi nel modo che l’educazione che i miei genitori mi hanno impartito esige». Nel 1979 viene nominato sostituto procuratore presso il Tribunale di Agrigento, carica che ricopre fino al 1989, quando diventa giudice a latere. Magistrato instancabile, perseguita con tenacia la criminalità organizzata di Agrigento, nota come Stidda, contrastandone il traffico di stupefacenti e confiscandone i beni. Denuncia i torpidi legami esistenti in Sicilia tra la mafia ed esponenti della politica siciliana. Le sue inchieste preoccupano la malavita che inizia a minacciarlo. Dopo l’assassinio dell’amico e collega Antonino Saetta, ucciso da Cosa Nostra con il figlio Stefano il 25 settembre 1988, intensifica il suo impegno che gli costerà la vita. Il giorno della morte, Livatino esce di casa per recarsi in tribunale. A bordo della sua utilitaria, una Ford Fiesta amaranto, mentre percorre il viadotto Gasena lungo la strada statale 640 Agrigento – Caltanisetta, viene raggiunto da un commando di quatto persone che lo uccide barbaramente. Tra i primi a giungere sul luogo del delitto il presidente del Tribunale di Agrigento Salvatore Bisulca ed il procuratore Giuseppe Vaiola. Da Palermo arrivano i colleghi Giovanni Falcone ed Elio Spallita, da Marsala il procuratore Paolo Borsellino. Il quotidiano «La Sicilia» titola: “Un altro giudice al massacro”. Il giorno seguente per i funerali arrivò il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, il quale, riferendosi ad alcune indagini della magistratura siciliana aveva parlato infelicemente di giudici ragazzini. Negli anni successivi l’ex Capo dello Stato scrisse ai genitori di Livatino per smentire che le sue parole fossero rivolte al loro figlio. Nel maggio del 1993, nel corso della sua visita ad Agrigento, Giovanni Paolo II incontrò la mamma e il papà del magistrato, definito dal pontefice «martire della giustizia ed indirettamente della fede». Uscito dal colloquio, il Papa raggiunse la Valle dei Templi, dove, al termine dell’eucarestia, pronunciò le seguenti parole: «Dio ha detto una volta non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. […] Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è via, vita e verità. Lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio». Grazie alla collaborazione di un testimone oculare, le indagini della magistratura hanno portato all’arresto e alla condanna in via definitiva degli esecutori materiali e dei mandanti dell’assassinio. In occasione del ventunesimo anniversario della morte, l’arcivescovo di Agrigento, monsignor Francesco Montenegro, ha aperto il processo di canonizzazione diocesano del giudice Livatino. Nel corso di una conferenza, il magistrato aveva detto: «Il giudice deve offrire di se stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile. L’immagine di un uomo capace di condannare, ma anche di capire. Solo così egli potrà essere accettato dalla società. Questo e solo questo è il giudice di ogni tempo. Se apparirà sempre libero ed indipendente si mostrerà degno della sua funzione. Se si manterrà integro e imparziale non tradirà mai il suo mandato».
Sono tanti i nomi, tutti uomini e donne che hanno dimostrato coraggio e determinazione per contrastare la mafia e le criminalità organizzate nei nostri territori, che hanno ricevuto nel corso di questi venti anni il riconoscimento per il loro impegno sociale a favore della legalità e della corretta e libera informazione, dal capo della Polizia Alessandro Pansa, al sindaco di Corleone Leoluchina Savona, al direttore del consorzio Polieco Claudia Salvestrini, minacciata per aver contrastato il traffico illecito dei rifiuti, o la nobildonna Antonietta Labisi che ha speso la sua vita in favore dei deboli fondando l’associazione Lucia Mangano, che ha recuperato oltre 68mila famiglie disagiate che sarebbero finite tra le fila della malavita organizzata, o come i magistrati, Patrizia Todisco, Gip di Taranto impegnata nella complessa indagine sull’ILVA o Sara Ombra pm a Reggio Calabria o Proc. Gen. Giovanni Tinebra, Domenico Platania, Fabio D’Anna, e vice prefetto di Catania Rosaria Giuffrè o il commissario dell’atutorità portuale di Catania Cosimo Aiello.
Ma il comitato promotore del prestigioso Premio Internazionale, tra cui Attilio Cavallaro e la prof.ssa Rosaria Livatino, cugina del “giudice ragazzino”, hanno voluto conferire quest’anno anche il giusto riconoscimento a quei cronisti, come Fabio Amendolara, “giornalista sin da ragazzino”, che con la sua penna e le sue inchieste stanno contribuendo ad affermare quei sani principi della legalità e della giustizia, aggiungendolo all’albo prestigioso di quei giornalisti come Ugo Tomaselli e Carmelo Di Mauro del quotidiano La Sicilia, Antonio Attino del Corriere del Mezzogiorno e Antonio Lo Conte direttore del quotidiano Italiano-Bari e altri che erano stati insigniti negli scorsi anni.
Ma chi è Fabio Amendolara. Giornalista, lucano, ha iniziato a seguire i fatti di cronaca per diverse autorevoli testate. E’ stato collaboratore dei settimanali Oggi e Panorama. Attualmente è redattore di uno dei più importanti quotidiani del sud, La Gazzetta del Mezzogiorno, sul quale pubblica quotidianamente sulle pagine lucane e nazionali i fatti di cronaca nera. Alcune delle sue inchieste, sono poi finite anche in alcuni libri “La Colpa di Ottavia, controinchiesta sulla misteriosa scomparsa di Ottavia De Luise, la bambina di appena 12 anni, poco di buono a detta degli inquirenti, scomparsa dal suo paese, Montemurro e di cui non si è saputo mai più nulla. O quella più recente “Il segreto di Anna”, che parla della strana morte del commissario di polizia Anna Esposito, dirigente della Digos a Potenza ritrovata “suicida” come scrissero gli inquirenti nel suo alloggio di servizio e che a distanza di ben 14 anni, anche grazie al fiuto di Amendolara, la Procura di Potenza oggi sta indagando per omicidio volontario.
Assiduo frequentatore del palazzo di Giustizia di Potenza, il cronista lucano, dai ricci neri sempre fuori posto, dalla barbetta incolta e che ama indossare su jeans consumati solo cravatte Hermes regalate, molto riservato ed anche a volte stralunato immerso nelle sue delicate inchieste e che preferisce parlare poco ed apparire molto di meno per dileguarsi a spulciare brogliacci e fascicoli impolveratisi nei caveau delle procure.
Ha seguito passo dopo passo, il caso della scomparsa, della morte e del ritrovamento di Elisa Claps, dando il giusto sfogo al dolore della famiglia e di una comunità sbigottita che attende ancora di conoscere coloro che hanno favorito ed aiutato l’assassino Danilo Restivo nel corso di questi lunghi e strazianti diciassette anni.
Nel lavoro di inchiesta, a cui Amendolara, piace dedicare tutta la sua giornata, sottraendosi molto spesso ai piaceri e agli svaghi della vita, senza mai lasciare il suo inseparabile Note3, carico di dati, di nomi, di fonti, di fatti, ha trovato il tempo anche di seguire un altro importante caso, quello della misteriosa morte di Ilaria Alpi, leggibile su e-book.
Intanto, in attesa di conoscere le motivazioni dell’assegnazione del riconoscimento che saranno rese note il prossimo 16 maggio a Catania dal comitato promotore del premio, la notizia è stata subito divulgata dai suoi colleghi di lavoro e diffusa sulla sua pagina Facebook tra l’ammirazione e il compiacimento dei tanti suoi lettori e fan che si sono voluti complimentare e dirsi onorati di averlo come amico.
“Sono sorpreso, ma nello stesso tempo emozionato ed orgoglioso per questo riconoscimento inaspettato – ha confidato Fabio Amendolara ai suoi più stretti amici subito dopo aver ricevuto la notizia – e mi recherò a Catania ed in Sicilia con la responsabilità di onorare sempre con il mio impegno quotidiano il sacrificio di quanti dai giudici Livatino e Saetta, sono caduti per realizzare una società più giusta”.
Un riconoscimento sicuramente meritato anche per Fabio Amendolara, nel pieno della sua carriera, nella consapevolezza che attraverso questi piccoli e nobili gesti si può continuare ad onorare la memoria di tanti magistrati, poliziotti, uomini delle Istituzioni e non caduti sotto i colpi della mafia e della criminalità per sensibilizzare sempre di più i giovani ed anche tanti altri giornalisti, con la schiena dritta, a voler camminare a testa alta per l’affermazione della legalità e della Giustizia in ogni parte del Paese.