Invito alla lettura.
"LUIGI IL CUBANO, FIDEL CASTRO E GLI ANNI CINQUANTA A FORIO" a cura di Nino d'Ambra
LO STRANIERO E LA COMUNITA': UNA DIALETTICA FECONDA
Una meteora duratura: LUIS FELIPE COLLADO, un vero apostolo della libertà
Massimo Colella
«C'è un punto minuscolo dell'Universo dove Luigi il Cubano è sempre un re»: così scrive Nino d'Ambra nella quarta di copertina del suo ultimo libro, intenso e struggente, che narra, come indica il titolo, di "Luigi il Cubano, Fidel Castro e gli anni Cinquanta a Forio". A leggerla in termini speculativo-antropologici, senza alcuna pretesa di scientificità, ma adoperando un'immagine puramente metaforica, Luigi il Cubano è l'"altro" che entra di prepotenza col suo irresistibile fascino nella comunità "indigena" (il "sé" potentemente costituito). È il "diverso", lo "stra-ordinario" che colla luce della sua misteriosa e indefinita "epifania" trasforma gli animi e gli umori di chi lo circonda, di chi lo cerca ed è da lui cercato, in una simbiosi di intenti, di intuizioni, di reciproche scoperte. Intellettuale che riuscì a mettersi in comunione colla gioventù foriana degli anni Cinquanta, Luis Felipe Collado (1914-1981) è quella meteora di raffinatissima luce che riesce a incidere e ad influire sugli orientamenti, anche ideologici, di coloro che di lui si fanno apostoli, giacché è lui il loro orizzonte e il loro messia portatore di un "verbum" potentemente laico.
Lo storico avv. Nino d'Ambra ha il merito di farci conoscere quest'eccezionale figura, tratteggiando a tinte forti (e al contempo elegiache) la parabola di questa ? mi si perdoni l'ossimoro ? duratura meteora che ha nome Luis Felipe Collado, un uomo e un artista straordinario che seppe farsi ed è bandiera di libertà in quanto archetipo operante a lungo termine, emblema di una vitalità che nella e attraverso la memoria rifulge costantemente. Perché se la storia è veramente "magistra vitae", lo è perché è nel ricordo che le imprese degli eroi, piccoli e grandi, continuano a vivere: e senza memoria storica le imprese scompaiono e i significati non possono essere propagati all'infinito mediante una catena di significanti, ossia ? fuor di metafora ? di figure storiche che riescano a far sì che attorno ad esse si agglutinino certe grandi idee (si diceva, significati) che muovono le fila della storia tutta o, il che è più significativo, dell'intera esistenza umana. Ebbene, Luis Felipe Collado è una di queste figure: è una grande metafora storica, un grande archetipo attorno cui si coagula un mondo di valori estremamente condivisibili; una sorta di gigantesca sineddoche di un universo valoriale ed epistemologico, attraverso cui la comprensione del reale può divenire la chiave di volta per ben agire. E se Luigi il Cubano è la grande figura storica che la storia ha da eternare, chi lo eterna, ossia il cantore di questa "aretè" tutta moderna e solidaristica, è uno storico, l'avv. d'Ambra, che ne tesse l'appassionato ed entusiasmante elogio in un'opera affascinante, che ripercorre i tratti salienti del fenomeno-"Luigi il Cubano". Fenomeno, perché Luis Felipe Collado lo fu davvero e smosse ? assieme ad altri ? le acque forse un po' stagnanti dell'isola dell'epoca. Fenomeno, poi e ancor di più, perché quella dell'avv. d'Ambra è a tutti gli effetti una fenomenologia ben costruita e congegnata, che ad una lettura attenta e partecipe rivela il mondo quasi fiabesco e surreale entro cui si realizza, anche grazie al Cubano, una palingenesi che coinvolge direttamente l'Autore e si tramuta in "una struggente esigenza di visioni più ampie".
Collado, si diceva, è l'archetipo attorno cui si agglutinano realtà primarie e secondarie, la storia che diventa mito: eppure, non c'è mitizzazione nell'opera di d'Ambra, non c'è falsificazione dei dati; anzi, sono i dati stessi a parlare, e i dati ? storici, a tutti gli effetti ? sono le poesie e le opere pittoriche di Collado stesso (puntualmente riprodotte nel testo): è attraverso di esse che lo storico ci parla di lui, è attraverso di esse che Collado si fa conoscere per quello che è: uno straordinario, sensibilissimo artista, che seppe essere sempre dalla parte della libertà, anche e soprattutto quando scelse di non far più ritorno alla sua amata isola di Cuba, nel momento stesso in cui gli crollò addosso, gli si sfaldò all'improvviso quel mito libertario che era stato per lui Fidel Castro. Collado ci parla di sé nelle sue opere, nelle sue poesie "napoletane" ad esempio ? scritte direttamente in lingua italiana ? che riproducono con disarmante lucidità la squallida e desolante realtà di una città invasa da tristi fantasmi luttuosi ("caldo, fame, oscurità"), mediante il lessico asciutto di una diagnosi impietosamente scientifica e il ritmo di una palpitante, ossessiva e lirica resa fotografica.
Ma Collado ci parla di sé, oltre che naturalmente attraverso la sua parabola esistenziale che è di per sé testimonianza profonda di un'incredibile coerenza intellettuale, anche e direi soprattutto mediante i suoi colori e le sue opere pittoriche (generalmente disegni a china su cartoncino) che colpiscono l'osservatore attraverso la forza e l'incisività dei tratti spigolosi con cui sono rese le fisionomie serie e stralunate di figure che, quasi allontanate dal tempo, si fanno metafora astorica di un disagio esistenziale profondo che, tuttavia, è sempre sull'orlo di una redenzione catartica aperta alla speranza. Queste figure, così travagliate che talora quasi il segno di cui sono costituite le annulla e le respinge creandole, sono di un'intensità straordinaria: sono figure muliebri in massima parte, molto spesso tratteggiate di profilo, geometrizzate e stanche, con le labbra chiuse e mute e gli occhi fissi, che s'intrecciano talvolta a motivi floreali appena accennati e vivono un dolore cristallizzato nella loro solitudine che le vede di volta in volta uniche protagoniste sullo scenario astratto che riproduce icasticamente la sofferenza di un universo, di un "kòsmos" che inevitabilmente è "kàos" e inevitabilmente le destina all'incomprensione.
L'incomprensione, che ? si direbbe ? (arche)tipicamente circonda e avvolge l'artista. Perché l'artista è solo. Solo come le figure che dipinge, le figure di cui parla. Solo, perché si è soli in un mondo in cui c'è ancora e purtroppo sempre spazio per "fucilazioni politiche" (memorabile e toccante il "Lamento per un fucilato politico" del Collado). Solo, anche se fortunatamente non lo si è davvero. Luis Felipe Collado, in questa prospettiva, non era solo: anzi, le testimonianze raccolte dall'avv. Nino d'Ambra sono eloquenti in tal senso. Sono i ricordi di chi Luigi il Cubano l'ha conosciuto, l'ha ammirato, l'ha amato e soprattutto l'ha vissuto, perché una figura di tal fatta non la si può che vivere per penetrarne almeno in minima parte l'universo segreto, il lato oscuro su cui gettare impercettibilmente e con discrezione un fascio di pudica luce. Luigi nel ricordo dei Foriani è l'ipostasi di una gioventù che nei difficili anni del dopoguerra si riconosce nella straordinaria, portentosa, irripetibile vitalità di un uomo che fu un tutt'uno "non verbis, sed re" col suo programma etico di fondo, col suo codice valoriale che seppe sempre puntualmente difendere. Di lui Clementina Petroni scrive: "Per molti era uno straniero come tanti, approdato a Forio per caso, portando però con sé quell'alone di mistero e di fascino, perché veniva da lontano", mentre Vito Trofa sottolinea: "Sradicato dalla sua Cuba non amava i luoghi chiusi; era il corso Umberto I, il suo salotto e lo era anche per noi nei momenti di socializzazione. Là ci trovavamo alla solita ora; non era stabilita ma ci sentivamo chiamati e spinti da una necessità che nessuno di noi ha mai analizzato." È questa la forza straordinaria del Collado, la forza di chi sa richiamare a sé gli altri col fascino irresistibile per la sua ansia di libertà, le sue fantasie artistiche, i suoi tormenti e i suoi sogni.
È per questo che Nino d'Ambra scioglie al suo amico mai dimenticato un inno struggente: lo dedica a lui, lui cui "non è chiusa (...) la porta del cuore", lui che "il sole nero / di Fidel / (...) confinò nell'Arte", lui che insegnò "a fondere / la luce con l'arcobaleno" e, sempre, con l'"umiltà di Maestro". Quell'umiltà che solo i grandi uomini possono avere: uomini sensibili e generosi, uomini creativi e affascinanti, uomini che credono nelle proprie idee e non barattano per nulla al mondo la propria coscienza. Quell'umiltà di cui fu capace Luis Felipe Collado: un poderoso apostolo della libertà. un tucidideo "possesso perenne", che si leva in tutta la sua straordinaria altezza intellettuale, un'apertura di orizzonti che ha lasciato un segno indelebile nella comunità col suo essere "altro", ossia mediante la sua stessa alterità che continua a vivere nella sua opera, nel suo pensiero, nel ricordo che di lui ha chi ebbe la ventura di conoscerlo. E, da oggi in poi, grazie all'accurato lavoro di ricerca di Nino d'Ambra, anche nel ricordo di chi non lo conobbe, ma ne apprezza ora lo straordinario talento e la superba forza d'animo. Nel ricordo di chi, pur non mitizzandolo, lo riconduce nell'alveo di un paradigma di base su cui devono scorrere i binari del nostro operato, di quel paradigma che ha nome "libertà". Quella libertà che il Collado amò tanto da dover scontare per tale amore l'esilio. Sì, Luigi il Cubano vive e continua a vivere, come la libertà, di cui fu apostolo tenace e appassionato difensore. Anzi, faro illuminante che continua a rilucere, lì in quel "punto minuscolo dell'Universo" dove "è sempre un re"...
(Massimo Colella, "Il Golfo" ,11 dicembre 2008,pp. 22 e 24)
RECENSIONE DI PASQUALE BALESTRIERE AL NUOVO LIBRO DI NINO D'AMBRA: «Luigi il cubano, Fidel Castro e gli Anni Cinquanta a Forio»
INNO ALL'AMICIZIA
E' un inno all'amicizia quest'ultima pregevolissima pubblicazione di Nino d'Ambra, un canto del cuore che trae dalla penombra memoriale un personaggio cospicuo come il cubano Luis Felipe Collado, diplomatico, libertario, pittore e poeta, che arricchì, con le sue spiccate qualità, la Forio degli anni Cinquanta.
E dunque, subito, bravo Nino per aver saputo conservare intatta tanta schiettezza e fedeltà di sentimenti, cui allude l'aforisma in calce alla prima pagina interna: "L'Amicizia non è schiava dello spazio e del tempo". Ne è autore Richard Bach, noto per aver pubblicato, nel 1970, Il gabbiano Jonathan Livingston, definito il best-seller del secolo, tradotto e stampato in Italia nel 1973 per conto della Rizzoli. Nino rende onore all'Amicizia, ma anche -e forse, per noi lettori, soprattutto- affida alla nostra conoscenza e alla memoria collettiva la figura di un autentico artista e gentiluomo, di un personaggio di elevatissimo spessore umano e culturale come Luigi "il Cubano".
LUIGI IL CUBANO
Confesso che sapevo poco di lui, e lo faccio con una punta di vergogna e di rammarico. La scoperta, attraverso questo aureo libro di Nino, è stata folgorante. Che uomo, Luis! La sua personalità ci si dispiega, con inatteso e disperato vigore, per tutte le quasi duecento pagine del libro; ci si svela, con nettezza di contorni e precisione di dettagli, attraverso le significative e commosse testimonianze di coloro che l'ebbero amico, attraverso i suoi scritti poetici e la sua pittura. Ed è, questa personalità, il trionfo di un'humanitas totale, che si palesa in tante forme e aspetti: cultura, educazione, civiltà, sensibilità, gentilezza, solidarietà, benevolenza, liberalità, onestà, generosità, affabilità, bontà e, soprattutto, amore per la libertà. Luigi il Cubano aveva queste virtù, se è vero che era capace -stando alle testimonianze- di assistere e confortare per ore una bambina malata (Petroni), di rendersi umile tra gli umili ( I. e M. Capuano), promotore culturale ( Coppa e Ruggeri Marchetti, Trofa, Nonno), trasmettitore di valori (Sorrentino). Uomo di cultura, faceva ciò che è compito precipuo degli intellettuali: diffondere il sapere, essere testimone della verità, seguire la via del sentimento e della passione, mantenersi incorruttibile, perseguendo i propri ideali di libertà, di giustizia e di democrazia.
IL LIBRO
Ma passiamo ad esaminare più da vicino l'opera, sapientemente divisa dal suo autore in otto sezioni, precedute da un'introduzione che illustra "La stagione del Bar Maria a Forio. I contenuti, esposti ed organizzati in modo rigoroso e chiaro, partendo da "Squasso", poesie "napoletane" di Collado, toccano argomenti come "Luigi e gli affetti familiari", "I colori di Luigi", " Luigi e Fidel Castro", "Luigi e le sue fantasie artistiche", "Luigi nel ricordo degli amici foriani", "Luigi e Nino d'Ambra", e trovano il loro naturale epilogo in "Memorie d'epoca", complemento e insieme contesto del periodo in cui si collocano la figura del Cubano e la sua permanenza a Forio.
Come si può notare, già i titoli delle sezioni forniscono l'idea complessiva del libro, che si connota per la dovizia e la valenza dei contenuti. Verrebbe voglia di pescarvi a piene mani ma, per ovvi motivi, mi devo limitare a qualche chiosa.
Colpisce, in primo luogo, l'apparato iconografico, inteso come riproduzione fotografica sia di cose, luoghi e persone, sia delle opere pittoriche di Collado: in entrambi i casi, documento e corredo necessari per entrare quasi fisicamente in quegli incredibili Anni Cinquanta foriani e per intendere la personalità del Cubano sostanzialmente lineare e consequenziale negli atteggiamenti esteriori, ma complessa e profonda per l'imperversare della vita, in forma di sentimenti e passioni. I quali generano un tipo di pittura, sulla quale così si esprime l'artista Luigi Coppa: "...i suoi lavori erano un'attenta riflessione pittorica sui motivi geometrici che caratterizzano la simbologia, l'architettura e l'arte decorativa di diverse culture... Il punto e la linea, il cerchio e il triangolo, la losanga e l'ogiva come elementi di decori parietali, fittili, architettonici o di tessuti, rubati ad antichi stemmi, battenti o bandiere si componevano in figure antropomorfe,, soprattutto volti stilizzati, o si fondevano in nuove forme astratte... la sua tecnica era estremamente raffinata".
Grande interesse desta poi nel lettore la sezione dedicata alle testimonianze, tutte vive e palpitanti; come pure attrae quella intitolata "Luigi e Nino d'Ambra", soprattutto per un'affettuosa e bella poesia dell'autore, " A Luis Felipe Collado", e per illuminanti brani di corrispondenza.
Ma, per concludere, a me il Cubano interessa moltissimo come poeta. Se in "Squasso" già si vedevano chiari segni di bravura creativa, in "Lamento per un fucilato politico" la poesia di Collado coinvolge completamente il lettore, artigliandolo e collocandolo in un universo di dolore -la morte di un uomo, la morte dell'uomo- che solo il Poeta sa leggere; e la violenza (stavolta castrista) ha lo stesso colore di tutte le violenze. Collado interpreta questa morte, la scandisce fotograficamente, la percorre infinite volte con i suoi lunghi passi, la descrive con una potenza d'immagini che impietrisce. Grande figura, il Cubano: egli ha fatto una cosa sola della vita, della cultura, dell'arte e della bontà. Proprio come si dovrebbe!
E grazie ancora a Nino d'Ambra per averci donato tanta ricchezza; e per averci fatto scoprire un amico, perché, parafrasando l'incipit della poesia "A Luis Felipe Collado", la porta del cuore non si chiude con gli anni e con la morte. Almeno per gli spiriti sensibili e colti di vera cultura.
("Il Golfo", quotidiano, del 1° agosto 2008; pagg. 27 e 27)
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