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L'aquila, Abruzzo - 15 Agosto 2010

Il Gran Sasso è morto...

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IL GRAN SASSO è MORTO...Si può rinunciare a cuor leggero a un investimento di 180 milioni di euro che avrebbe prodotto a regime quasi mille posti di lavoro? All'Aquila pare proprio di sì. Certo, le versioni su come è andata veramente tutta la storia saranno più di una ma resta un fatto: sulla valorizzazione turistica del Gran Sasso, sul potenziamento degli impianti per lo sci, sulla realizzazione di strutture ricettive in base all'ormai "mitico" piano d'area della montagna aquilana siamo all'anno sotto zero. Come sotto zero sono i conti del Centro turistico Gran Sasso, per decenni carrozzone di clientele politiche, i cui debiti superano i 7 milioni di euro. Ieri sono andato alla conferenza stampa che l'associazione Gran Sasso 360 ha tenuto a Fonte Cerreto. L'associazione, di cui è presidente l'avvocato Gianluca Museo, rappresenta gli operatori turistici che operano nell'area del Gran Sasso. L'avvocato Museo è partito da un dato obiettivo: il Gran Sasso, inteso come risorsa turistica, sta morendo o come è scritto in un volantino è in un «letargo fatale» (volantino molto più efficace del manifesto mortuario appeso anche all'Aquila: in una città dove 16 mesi fa sono state raccolte fra le macerie 308 persone forse lo si poteva anche evitare).
Il presidente dell'associazione ha tirato fuori le carte che dimostrano che il consiglio di amministrazione del Centro Turistico Gran Sasso e i vertici amministrativi del Comune, nell'ultimo anno, hanno di fatto ignorato sollecitazioni e allarmi. Oggi la situazione è questa: funivia chiusa, stagione invernale che quasi certamente salterà, danni economici per gli albergatori e per lo stesso Comune per milioni di euro. Ma la questione più inquietante riguarda un progetto che sarebbe stato presentato a giugno da una Ati (associazione temporanea di imprese) costituita da società del settore (turistico e impianti a fune). Il progetto prevedeva secondo quanto è stato detto ieri «un project financing per il risanamento dei debiti del Centro turistico, lo sviluppo delle strutture e l'avviamento della stazione a costo zero per l'amministrazione comunale che sarebbe rimasta proprietaria di tutto e fra 30 anni ne avrebbe riavuta anche la gestione». Il Comune avrebbe prima accolto con favore tale progetto poi lo avrebbe rigettato senza apparente motivo. Nessuno - ha detto Museo - ha ancora dato spiegazioni non solo sul no a quel progetto ma soprattutto perché.
Gli operatori turistici, che hanno cercato di evidenziare le ragioni della loro protesta, chiedono decisioni e soluzioni rapide. Ma l'intervento del direttore del Centro turistico Marco Cordeschi - il quale non ha nascosto il suo «imbarazzo» - ha chiarito che il cda del Centro turistico è restio a ogni sollecitazione e che se gli impianti (quelli esistenti) rimarranno fermi per tutto l'inverno prossimo bisognerà poi fare una manutenzione straordinaria che potrebbe costare più che rifarli da capo. Siamo dunque al gioco di chi si fa più male. Un politico protagonista delle recenti cronache direbbe che «siamo alle comiche finali» se non fosse che una risorsa come il Gran Sasso potrebbe ridare fiato a una economia aquilana piegata dal terremoto e anch'essa sotto zero. In questi giorni sto finendo di leggere un libro in cui due storici, Walter Cavalieri e Francesco Marrella, ripercorrono le vicende umane e politiche del gerarca fascista Adelchi Serena. Nel volume si racconta anche come nacque l'idea di creare una stazione sciistica sul Gran Sasso e degli sforzi che all'epoca furono fatti per far arrivare all'Aquila turisti soprattutto da Roma. L'idea era quella di fare di Campo Imperatore una sorta di «Svizzera d'Italia» da contrapporre a Roccaraso e al Terminillo dove si recavano gli abitanti facoltosi della capitale e lo stesso Mussolini. Il Duce non sarebbe mai andato a sciare sul Gran Sasso (pare tra l'altro fosse un pessimo sciatore). Sarà "ospite" dell'albergo di Campo Imperatore nel settembre 1943 ufficialmente prigioniero per ordine del Re d'Italia. La gestione degli impianti è stata sempre pubblica e soprattutto negli ultimi decenni il cda del Centro turistico ogni volta è stato messo nel calderone delle poltrone da assegnare (con relativi stipendi) da parte del sindaco di turno. Il risultato è stata una catastrofe che ha portato al debito di cui si parla oggi. Il tutto con la spada di damocle della proprietà dei terreni sui quali sorgono gli impianti, proprietà rivendicata dagli abitanti di Assergi. Forse è ora che qualcuno, dal sindaco al Cda del Centro turistico, si prenda le sue responsabilità. E dica cosa vuol fare. Subito.