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Trieste (Friuli-venezia Giulia) - 4 Marzo 2016

Trieste: Conversazione su ”Educare all'affettività”

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di cariati1

Come è possibile che, pur essendo la nostra la società più connessa di sempre, siano ancora la solitudine e l'individualismo la sua cifra esistenziale; che dopo aver tanto lottato, specialmente nella prima metà del secolo scorso e poi ancora negli anni intorno al '68 per rivendicare indipendenza e libertà, ci ritroviamo ora a dover fare i conti con innumerevoli dipendenze da sostanze, gioco, bisogni indotti dai media; che persino la grande disponibilità di beni di cui godiamo ed il loro consumo, per quanto piacevole, non ci appaghi; che i nostri giovani siano già rassegnati e senza prospettive, ad un tempo narcisisti, sempre alla ricerca di un pubblico plaudente ma anche fragilissimi di fronte alle sconfitte e addirittura inclini ad atteggiamenti autodistruttivi; come è possibile che tanti gruppi giovanili si siano trasformati in branchi? Sono state davvero impegnative le sollecitazioni proposte dal prof. Giuseppe Mari, venerdì scorso, nella sua limpida, cogente ed intensa conversazione " Educare all'affettività" tenuta su invito di FederVita FVG, UCIIM Trieste e Forum delle Associazioni Familiari davanti ad un pubblico eccezionalmente numeroso di educatori ed insegnanti. Il concetto da cui partire, specialmente in questa nostra epoca di legami fragili e di compresenza di diverse concezioni antropologiche, è - ha sostenuto il prof. Mari - quello di "natura umana" che è l'elemento originario che ci accomuna, elemento su cui tra l'altro, espressamente o meno, si fondano tutte le Costituzioni moderne perché, proprio per la sua originaria singolarità, la" natura umana" costituisce di per sé il miglior ostacolo ad ogni totalitarismo. Natura il cui disconoscimento, come ricorda Mounier, farebbe perdere ogni freno o renderebbe "tutto permesso sull'uomo: ed ecco Buchenwald". Natura umana che inoltre rimanda ad altri tre grandissimi valori: libertà, dignità e responsabilità. Da intendersi però tutti e tre in senso alto, e precisamente: "libertà" non come arbitrarietà o possibilità di fare ciò che si vuole, ma di essere e di riconoscersi condizionati sì, ma assolutamente mai determinati dalle situazioni e quindi sempre capaci di riscatto e di orientarci, anche nelle circostanze più critiche, verso il bene maggiore. Attenzione: bene maggiore, non male minore, perché l'uomo è cosa preziosa e merita qualcosa di più del "male minore". E' la libertà, non l'intelligenza, il tratto che connota l'uomo: noi uomini siamo liberi non per il fatto che facciamo, ma perché siamo: siamo, ad esempio, diversamente dall'animale, capaci di rispondere in modo non deterministico al bisogno e superarlo. "Responsabilità" intesa come capacità di rispondere alla propria natura ovvero di essere all'altezza del proprio valore: in questo senso è irresponsabile non chi sbaglia, che potrà sempre riscattarsi e correggersi, ma chi si spreca. "Dignità" letta come riconoscimento dello straordinario valore dell'uomo, unico essere sulla terra a risultare eccentrico rispetto alla natura. Essere "inutile" ha sottolineato il prof. Mari: inutile, in quanto non-utile, non strumentale a nulla se non a se stesso: unico essere "inutile" del creato. Tomisticamente (e kantianamente): mai mezzo, solo fine, causa e ragione di se stesso. Ancora: è sotto gli occhi di tutti che il nostra società è patologicamente attraversata da un incontenibile bisogno di autoaffermazione che si manifesta in una continua rivendicazione di desideri che si pretende diventino diritti. Ma, come lo stesso Violante scriveva, una sottolineatura dei diritti a scapito dei doveri "dissolve la società". Ormai viviamo in quello che Guardini chiamava "uno spazio libero" in cui però ci manca una "dimora". Non trovando più un elemento unificante che ci accomuni ci arrendiamo giustificandoci con la "complessità" della società contemporanea. Ma è solo una scusa: probabilmente nel tempo abbiamo frainteso quanto proponevano anche le prime rivoluzioni liberali che si opponevano all'assolutismo in nome non di un individualismo sganciato dalla natura umana, ma al contrario proprio in nome dell'uguaglianza della natura umana che non consente discriminazioni e ci rende individui-in-relazione, che godono di diritti proprio perché nati (vocabolo che ha la stessa radice di natura) con gli altri. L'atteggiamento solidaristico, la presa in carico dell'altro, la cura gratuita è un altro elemento connotante e distintivo della natura umana: contrariamente all'animale, che lo fa solo nei confronti dei cuccioli al fine di garantire un futuro alla specie, l'uomo, e solo lui, si prende cura anche dell'adulto, del malato, dell'anziano. E ciò seppur in forma parziale perché ne restavano esclusi gli schiavi, lo avevano ben compreso già gli antichi che avevano fatto propria la "naturale socialità dell'uomo" affermata da Aristotele. Il Cristianesimo porterà a compimento questa comprensione estendendo la cura dell'altro ad ogni essere umano. In questo contesto siamo in un momento decisivo: sta a noi genitori, educatori e insegnanti prender atto di tutto ciò e scuotere i nostri giovani da quella sorta di passività in cui loro (ma in realtà un po' tutti) sono caduti e non abbassando gli obiettivi, come troppo spesso ci viene richiesto di fare nell'illusione di facilitare loro la vita, ma alzandoli perché solo accettando sfide alte e affrontando la fatica che comportano i ragazzi potranno costruirsi una autentica autostima: senza sfida non c'è conquista e senza conquista è impossibile rendersi conto di valere sul serio e quindi desiderare di custodirsi. I nostri atti valutativi siano esigenti ma sempre promozionali e rivolti al futuro. Non cadiamo nell'errore di prospettare loro un buio non-futuro perché, come insegnava Aristotele, è il futuro che motiva l'azione. Il futuro presentiamolo pure incerto e difficile qual è, ma anche possibile: ricordando loro e ancora prima a noi che quella del "possibile" è sempre stata la via più affascinante e ricca di opportunità: è lo spazio della libertà e della fede che entrambe hanno bisogno della non-evidenza. Cerchiamo di non essere avari del nostro tempo, i giovani ne hanno bisogno: il tempo è il "distendersi" dell'anima, non rubiamogliela. E soprattutto rivalutiamo la sfera affettiva e sensoriale che, se è vero che rimanda alla soggettività in modo originale ed irreplicabile, è anche vero che è altissima ed irrinunciabile forma di conoscenza e comunicazione. Quella sessuale e sponsale, in cui ci consegniamo all'altro, lo è poi in forma eccellente tanto è vero che tutti i mistici hanno usato il rapporto coniugale per esprimere la loro intimità con Dio. Lo stesso Cantico dei Cantici prende a modello l'amore tra uomo e donna per alludere a quello di Dio per l'umanità. Una affettività riconosciuta come manifestazione dell'originalità dell'essere umano che non basta a se stesso, e che è chiamata ad essere comunicazione e non appropriazione o uso dell'altro; una affettività agapica e donativa nel rapporto educativo tra adulto e giovane, docente e discente. Educhiamo i nostri ragazzi all'amore che è la sfida più grande che abbiamo a nostra disposizione per diventare migliori. E, come educatori, non avviliamoci, non scarichiamo solo sulla incapacità educativa di tanti genitori l'attuale emergenza educativa: il nostro non è un tempo più difficile o diverso rispetto al passato, ci sono già state epoche difficili in cui varie istituzioni, la scuola in primis, hanno dovuto non solo supportare ma addirittura fare da vicarie alla famiglia (senza misconoscerne la prima e piena titolarità educativa), e ci sono riuscite. Realizziamo piuttosto che stiamo vivendo anni confusi, sì, ma anche propizi alla sfida educativa perché i giovani avranno anche tante fragilità, ma una cosa di certo cercano, ed è l'adulto. Che non è cosa da poco, anzi: è tantissimo. Non perdiamo l'occasione di esserci perché non è detto che in futuro questa occasione ci si ripresenti: sta a noi intercettare questo loro bisogno, farci trovare ed starci, e non da adolescenti irrisolti o ancora problematici, o da persone incerte e confuse, ma da adulti maturi, liberi, responsabili. Sfuggiamo un'educazione ed un'istruzione che puntino alla sola competenza intesa in senso analogico, cerchiamo invece di risvegliare nei nostri ragazzi la fronesis ovvero la capacità di dirigersi verso il bene usando i mezzi migliori, virtù che poi recupera in un senso più rigoroso (cum narrativo peto nell'accezione di dirigersi) anche il termine latino di competenza. Diamo un senso, una direzione ed un fine al nostro vivere. "L'amore è una sfida continua. Dio stesso forse ci sfida affinchè noi stessi sfidiamo il destino", K. Wojtyla, la Bottega dell'orefice. (Marina Del Fabbro)