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di Raniero Pedica
ROMA - Nel freddo di Roma, tra la copiosa nevicata dei giorni passati e le roventi polemiche tra il sindaco Alemanno e la Protezione Civile, c'è da evidenziare un'emergenza umanitaria. Negli angoli della metropolitana cittadina, osservando dai finestrini mentre si viaggia sui treni e negli spostamenti ancora avventurosi con l'auto attraverso le arterie stradali, si assiste alla desolante visione di improvvisate baracche e tende: l'unico ricovero a disposizione di clochard, immigrati e persone in condizioni di disagio psico-sociale. Tra i primi interventi, per fronteggiare l'emergenza, è stato decisa dall'Assessorato capitolino alle Politiche Sociali l'apertura delle stazioni metro nelle ore notturne. Un riparo utile quanto precario ed insufficiente utilizzato, secondo alcune stime, da circa mille persone. I pasti caldi, l'assistenza di volontari e associazioni, non risolvono questo tipo di problema. Quelli che in gergo vengono chiamati "barboni" o "invisibili" in queste fredde giornate sono sotto gli occhi di tutti. In una società civile, la loro sorte non deve essere legata solamente a gesti altruistici e all'assistenza volontaria della cittadinanza, ma un disagio da risolvere con un incisivo piano d'intervento istituzionale. Loro, gli "invisibili", uomini e donne che non chiedono e non pretendono, a causa del freddo e per personale dignità, nel frattempo, nascondono il loro dramma e il volto sotto pesanti coperte.