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Aprilia (Latina, Lazio) - 7 Ottobre 2010

rom non sono romeni !

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I ROM NON SONO ROMENI
Scritto da Redazione on gen 25th, 2010 archiviato in Cronaca, Cultura, I lettori scrivono ..., Regionale, Rubriche, Tema. Puoi seguire questo articolo con gli RSS 2.0. Puoi lasciare un commento a questo articolo compilando il form in fondo allo stesso


Riceviamo e pubblichiamo

I ROM NON SONO ROMENI
di Costel Antonescu

In Italia

Molti miti sono stati creati sull'origine di quel misterioso popolo che è presente in ogni paese occidentale e viene chiamato con diversi nomi, tali come Zigani, Gitanos, Gypsies, Cigány, ecc., la cui denominazione corretta è Rom (o meglio, Rhom) per la maggior parte dei gruppi oppure Sinti per altre comunità. Non esporremo qui le leggende universalmente riconosciute come tali, ma l'ultimo mito ed il più diffuso che è tuttavia tenuto in considerazione dagli studiosi: la loro presunta etnicità indo-europea.
Il fatto che i Rom raggiunsero l'Europa dopo un lungo viaggio che a quei tempi era iniziato in qualche regione dell'India non implica affatto che quella fosse la loro terra d'origine. Tutti dobbiamo provenire da qualche parte dove i propri antenati sono vissuti, magari essendo anch'essi arrivati lì da un altro paese.
L'intera ipotesi che sostiene la loro presunta etnicità indo-europea si fonda su un solo elemento: la lingua romanì. Tale teoria non tiene alcun conto di fattori culturali molto più rilevanti che mettono in evidenza il fatto che i Rom non hanno alcuna cosa in comune con i popoli indiani al di fuori di elementi puramente linguistici. Se dobbiamo prendere seriamente le ipotesi che si fondano sui soli indizi forniti dalla lingua per determinare l'origine dei popoli, dovremmo assumere che quasi tutti i nordafricani provengono dall'Arabia, che i Giudei Ashkenazim sono una tribù tedesca, che i Giudei Sefaradim sono soltanto una minoranza religiosa spagnola ma non un altro popolo, e così via. Gli afroamericani non conoscono nemmeno la lingua dei loro antenati e parlano soltanto inglese, quindi, dovrebbero essere inglesi. Insomma, la sola lingua non costituisce una base sufficiente per determinare l'etnicità, e tutti gli altri elementi culturali sono contrari alla presunta origine indiana dei Rom, compresi alcuni indizi presenti nella stessa lingua romanì. I fattori più importanti che permangono impressi nella cultura dei popoli sin dal passato più remoto sono di natura spirituale, i quali si manifestano nei loro sentimenti più intimi, comportamenti tipici, memoria collettiva, ovvero, un legame di carattere atavico. In questo studio, inizierò esponendo i miti prima di presentare le evidenze e l'ipotesi che ne deriva sulla vera origine dei Rom.

Gli studiosi hanno fatto molti sforzi allo scopo di provare l'origine indiana dei Rom, ciononostante tutti hanno fallito per mancanza di prove convincenti. Alcuni racconti presi come punti di riferimento, come le storie di Firdawsi, sono caduti in discredito. Tutti i popoli che sono stati presuntamente collegati ai Rom, ovvero Dom, Luri, Gaduliya Lohar, Lambadi, Banjara, ecc. non hanno in realtà alcun rapporto etnico con essi, e neanche origini comuni. L'unica somiglianza apparente consiste nello stile di vita errante e nei mestieri tipici comuni ad ogni tribù transumante, di qualsiasi estrazione etnica essa sia. Tutti questi mancati risultati sono la conseguenza naturale di ricerche svolte su dei parametri sbagliati: hanno infatti ignorato l'essenza della cultura Rom, cioè, l'eredità spirituale, la quale è incompatibile con qualsiasi popolo dell'India.

Una teoria che ultimamente sta raccogliendo successo nell'ambiente intellettuale interessato all'argomento - e che è destinata a fallire come tutte le ipotesi precedenti - presume aver individuato la "città" originale da cui i Rom potrebbero provenire: Kànnaugi, in Uttar Pradesh, India. L'autore ha comunque raggiunto alcune conclusioni valide che hanno discreditato tutte le teorie precedenti, ma continuando sulla stessa traccia di quelle, cioè l'indizio linguistico, ha mancato comunque il bersaglio. Infatti, l'autore fonda la sua intera teoria sulla cosiddetta prova linguistica, che è assolutamente insufficiente a spiegare i fattori culturali non collegati alla lingua e che sono indubbiamente molto più rilevanti, e non provvede evidenze reali per sostenere la sua teoria.
In questo studio citerò alcune asserzioni dell'autore, anche se sostituendo il suo strano modo di trascrivere le parole in lingua romanì con un sistema più preciso e comprensibile - ad esempio, la "rr" non rappresenta alcun fonema romanì; la "r" gutturale è meglio rappresentata come "rh", anche se non tutti i dialetti romanì la pronunciano, come la denominazione etnica "Rom" si pronuncia sia "Rhom" che semplicemente "Rom". Infatti, l'"h" viene usata convenzionalmente per segnalare una dizione complementare o modificata della consonante che la precede, quindi, quando l'uso di accenti grafici, circonflessi ed altri segni aggiuntivi devono evitarsi, l'"h" è la miglior lettera complementare in molti casi. Personalmente preferisco usare l'alfabeto sloveno con alcune varianti per trascrivere più accuratamente la lingua romanì, tuttavia, essendo che i segni grafici non convenzionali non sono sempre visualizzabili in internet, uso il sistema alternativo.

Nell'esporre la suddetta teoria, inizierò citando un'affermazione dell'autore che è da considerarsi accertata e con cui sono d'accordo:

"È saputo che non esiste alcun popolo nell'India chiaramente imparentato con i Rom; I vari gruppi nomadi etichettati come 'gypsies' (con 'g' minuscola) nell'India non hanno alcun rapporto etnico o genetico con i Rom. Hanno acquisito la denominazione di 'gypsies' dalla polizia colonialista britannica, che nel diciannovesimo secolo li associò con i 'Gypsies' dell'Inghilterra per analogia. Per giunta, applicarono loro le stesse leggi discriminatorie vigenti nei confronti dei 'Gypsies' inglesi. Successivamente, molti ricercatori europei, convinti che il nomadismo o la transumanza fosse un fattore fondamentale dell'identità Rom, insistettero in confrontare i Rom con le varie tribù nomadi dell'India, senza trovare alcuna caratteristica comune perché le loro ricerche erano condizionate dai loro preconcetti nei riguardi dei gruppi nomadi ".

Questo è vero, i ricercatori hanno preso dei parametri pre-concepiti sui quali hanno costruito le loro ipotesi. Tuttavia, l'autore non è esente d'aver commesso lo stesso errore. Dalla sua propria dichiarazione emergono i seguenti quesiti: Perché non esiste nessun popolo in India che abbia alcun rapporto con i Rom? Perché l'intera popolazione Rom emigrò senza lasciare la minima traccia di sé, o dei popoli imparentati con loro? C'è solo una risposta verosimile: perché non erano indiani, i loro origini non appartenevano a quella terra e la loro cultura era profondamente incompatibile con quella dei popoli indiani. Soltanto una minoranza religiosa può emigrare in massa da una terra in cui la maggioranza degli abitanti appartiene allo stesso ceppo etnico. Ed una minoranza religiosa in quei tempi implicava un credo "importato", non generato nel seno della società indoariana. Il presunto esilio nel Khorassan che l'autore presenta come motivo per cui i Rom lasciarono l'India è infondato e manca nel fornire una spiegazione riguardante i credi e tradizioni ancestrali dei Rom, che non sono né indiane né islamiche (perché il Khorassan in quei tempi non era più mazdeista), ma riprenderò questo argomento più avanti.
Comunque, l'autore debella un mito nella sua seguente affermazione:

"In quanto alle presunte somiglianze fra il romanès e questa o quella lingua indiana, solitamente pundjabi e rajastani, questo è solo uno stratagemma praticato dai nazionalisti che parlano queste lingue e difendono le rispettive nazionalità: il loro scopo è semplicemente quello d'aumentare il numero della propria popolazione ".

Questo è vero. Ho per caso trovato nella rete diversi gruppi di discussione Rajput/Jat, i quali sono (o dicono d'essere) convinti che i Rom sono un clan Jat o Rajput. Siano essi in buona fede o no, è certo che le loro dichiarazioni si pronunciano in un contesto nazionalistico e sembrano avere propositi politici. La cosiddetta prova che citano più frequentemente è che gli arabi chiamavano i Rom "zott", che significa "jat", da quando i Rom apparentemente giunsero nel Medio Oriente. Sinceramente, i racconti degli storici arabi sono leggermente più affidabili delle "1001 Notte" in quanto ad esattezza.

Avendo prestato il dovuto credito all'autore della "teoria Kànnaugi" per queste importanti riflessioni, ora esporrò le sue asserzioni su cui egli ha erratamente fondato tutta la sua ipotesi:

"Contrariamente a quanto si legge in quasi tutte le pubblicazioni, i primi Rom arrivati in Europa erano pienamente consapevoli delle loro origini indiane. C'è evidenza di questo in diversi documenti del quindicesimo e sedicesimo secolo. È stato solo dopo che la mitica origine egizia sfidò i racconti originali dei Rom sulle reali origini indiane. Più prestigiose, eventualmente avrebbero contribuito alla loro integrazione in Europa. Di fatto, il mito dell'origine egizia dei Rom fu poi gradualmente accettato come autentico".

Prima di rispondere a quest'asserzione, vorrei mostrare un'altra dichiarazione dell'autore in cui egli si contraddice:

"Di tutte le leggende, una delle più persistenti è quella della presunta origine egizia del popolo Rom, che essi stessi iniziarono a diffondere già nel sedicesimo secolo. [...] In entrambi casi, il prestigio dell'Egitto, riflesso nella Bibbia, e le storie di persecuzioni sofferte dai cristiani in quel paese probabilmente agevolarono una maggior accettazione della leggenda egizia piuttosto che delle origini indiane, e probabilmente aiutò loro ad ottenere lasciapassare e lettere di raccomandazione da prìncipi, re e anche dal papa".
(Lo spazio tra parentesi quadre sarà riportato più avanti)

La prima asserzione è imprecisa, perchè ci sono documenti più antichi, persino del dodicesimo secolo e.c., in cui gli "Egizi" sono nominati con riferimento ai Rom. Solitamente i Rom sono stati chiamati in diversi modi secondo la loro provenienza immediata, ad esempio in Europa i primi Rom erano conosciuti come "bohémiens", "ungheresi" (questa denominazione è ancora molto in uso in molti paesi), ecc., mentre gli arabi chiamavano loro "zott", volendo dire "jat", perché provenenti dalla Valle dell'Indo. Non sono mai stati chiamati "indiani" in Europa. Tuttavia, essendo i Rom arrivati in Europa dall'Iran e l'Armenia attraverso il Bòsforo, è improbabile che siano passati dall'Egitto - c'era nella loro propria memoria storica l'idea d'essere stati una volta in Egitto, da dove i loro pellegrinaggi ebbero inizio, e dichiaravano la loro origine più remota. In quel tempo, l'India era stata completamente dimenticata. Prima di giungere in territorio bizantino, come l'autore stesso ammette, i Rom vissero per un lungo periodo in paesi islamici, ed è risaputo che chiunque abbraccia l'islam difficilmente si convertirà al cristianesimo. Invece, quando i Rom arrivarono a Bisanzio erano già cristiani.
Dunque, sorge un quesito interessante: Come potevano i Rom conoscere LA BIBBIA in territorio musulmano? Questo è qualcosa che l'autore non può spiegare, perché i Rom non conoscevano le Scritture se non per sentito dire fino a tempi recenti! Sicuramente in India, Persia e nelle terre degli arabi, dove sono passati prima di arrivare in Europa, non potevano certamente aver mai sentito un commento sulla Bibbia, e senz'altro neanche in Bisanzio o Europa, dove le Scritture erano vietate alla gente comune e non erano scritte in lingua corrente. Non esisteva alcuna possibilità che i Rom conoscessero la Bibbia, se non perché la storia biblica era profondamente impressa nella propria memoria collettiva. Questa memoria fu conservata durante il lungo esilio in India, in maniera così forte che non adottarono nemmeno il più insignificante elemento della cultura induista o di qualcun'altra esistente nell'India.
La maggioranza dei Rom legge oggi la Bibbia, e tutti loro esclamano con stupore: "Tutte le nostre leggi e regole sono scritte nella Bibbia!" - Nessun altro popolo al mondo eccetto i Giudei può dire queste cose, nessun popolo dell'India, né di nessun'altra terra:

(Questo è lo spazio tra parentesi sopra)
"In ogni caso, a Bisanzio in tempi lontani, gli indovini zingari erano chiamati Aigyptissai, 'Egizi', ed il clero proibì a chiunque di consultarli per la predizione della fortuna. Sulla base del libro d'Ezechiele (30:23), i Rom erano chiamati Egizi non solo nei Balkani ma anche in Ungheria, dove nel passato vi si riferiva a loro come 'popolo del Faraone' (Faraonépek), e nell'occidente, dove parole d'origine greca in riferimento agli Egizi (Aigypt[an]oi, Gypsy e Gitano) sono ampiamente usate per nominare il ramo atlantico del popolo Rom".

Doveva pur esserci un motivo per cui a Bisanzio erano chiamati Egizi, motivo che l'autore non spiega. Ciò era perché i Rom stessi riconoscevano d'essere stati in Egitto in un'epoca remota. C'è anche un'altra parola greca con cui i Rom erano identificati a Bisanzio: "Athinganoi", di cui derivano i termini Cigány, Tsigan, Zingaro, etc. I bizantini conoscevano perfettamente chi erano gli Athinganoi, ed identificarono con loro i Rom. Infatti, la scarsa informazione che abbiamo riguardante quel gruppo coincide in molti aspetti con la descrizione dei Rom odierni. Non ci sono prove sufficienti per asserire che gli Athinganoi erano Rom, ma non ci sono neanche evidenze del contrario. L'unica ragione per cui si è rigettato a priori la possibilità che gli Athinganoi possano identificarsi con i Rom è che quelli sono nominati in documenti risalenti all'inizio del sesto secolo e.c., periodo in cui, secondo i sostenitori incalliti della teoria dell'origine indiana, i Rom non dovevano essere in Anatolia in quel periodo. Gli Athinganoi erano chiamati così a causa delle loro leggi di purezza rituale, per cui ritenevano impuro il contatto con altre persone, molto simili alle leggi Rom riguardanti i "gagè" (i non-Rom). Praticavano la magia, la divinazione, l'incantare serpenti, ecc. ed il loro credo era una specie di giudaismo "riformato" mescolato con cristianesimo (o con zoroastrismo?), perché osservavano lo Shabat ed altri precetti mosaici, credevano nell'Unità di Dio, ma non praticavano più la circoncisione e si battezzavano (che non è esclusivamente in rito cristiano ma anche molto comune fra gli adoratori del fuoco). In quanto agli Athinganoi, l'Enciclopedia Giudaica dice: "possono essere considerati Ebrei".
Altro fatto significativo è che i Rom attribuiscono il loro girovagare al Faraone, una particolarità esclusiva degli Ebrei. I documenti più antichi concernenti l'arrivo dei Rom in Europa riportano la loro dichiarazione d'essere stati schiavi del Faraone in Egitto; quindi ci sono due possibilità: o questo era parte della loro memoria storica oppure è qualcosa che si sono inventati per guadagnarsi il favore della gente - la seconda possibilità è piuttosto improbabile, visto che una tale dichiarazione poteva identificare loro soltanto con un popolo, precisamente quello più odiato in Europa e quindi non certamente l'identità più idonea da scegliere.

"Osservando i rimanenti d'una precedente migrazione egizia verso l'Asia Minore ed i Balkani, s'accorsero che sarebbe stato profittevole per loro dire d'essere cristiani d'Egitto perseguitati dai musulmani o condannati a girovagare in perpetuo per espiare la loro apostasia".

Questa fu una "correzione" che fecero dopo aver capito che la loro versione originale sul soggiorno in Egitto in servitù sotto il Faraone era controproducente perché in questo modo erano etichettati come Giudei. Questa seconda versione è quella che l'autore considera come "la più datata menzione di questa leggenda nel sedicesimo secolo e.c.", ma il racconto originale era molto più antico. I Rom non hanno mai detto di provenire dall'India fino a quando i gagè nel ventesimo secolo dissero loro d'aver studiato molto e che la "scienza" stabiliva che erano indiani!
La convinzione dell'autore che la patria originale dei Rom era la città di Kànnaugi si fonda su una semplice congettura, assemblando degli elementi dubbi che non provano nulla e che sono facilmente confutabili da altre evidenze che esporrò più avanti. Ora leggiamo la sua ipotesi:

"...un passo nel Kitab al-Yamini (libro dello Yamin) del cronista arabo Abu Nasr Al-'Utbi (961-1040), riporta l'attacco che il sultano Mahmud di Ghazni perpetrò sulla città imperiale di Kànnaugi, che si concluse con il saccheggio e la distruzione, e la deportazione dei suoi abitanti in Afghanistan in dicembre 1018... Tuttavia, in base a cronache incomplete che menzionano solo poche incursioni nel nordovest dell'India, non è stato possibile descrivere il meccanismo di quest'esodo... questo descrive una razzia perpetrata nell'inverno 1018-1019, che giunse molto più ad est, oltre Mathura, fino alla prestigiosa città medievale di Kànnaugi, 50 miglia a nordovest di Kanpur... Ad inizi dell'undicesimo secolo, Kànnaugi (la Kanakubja del Mahabharata e del Ramayana), s'estendeva su quattro miglia lungo le coste del Gange ed era ancora un importante centro culturale ed economico dell'India settentrionale. Non solo i più studiosi dei brahmini dell'India asseriscono di provenire da Kànnaugi (come lo fanno tuttóra), ma era anche una città che raggiunse un alto livello di civiltà nei termini che oggi definiremmo come democrazia, tolleranza, diritti umani, pacifismo ed anche ecumenismo. Tuttavia, nell'inverno 1018-1019, un esercito di predoni venne da Ghazni (Afghanistan) e catturò gli abitanti di Kànnaugi per venderli come schiavi. Questa non fu la prima razzia del sultano, ma quelle precedenti erano arrivate soltanto fino al Pundjab ed il Rajasthan. Questa volta si spinse fino a Kànnaugi, una grande città con più di 50 mila abitanti, e il 20 dicembre 1018 catturò l'intera popolazione, 'ricchi e poveri, chiari e scuri [...] la maggior parte di loro erano dei 'notabili, artisti ed artigiani' per venderli, 'intere famiglie', in Ghazni e Kabul (secondo il testo di Al-'Utbi). Dopo, secondo lo stesso testo, Khorassan ed Iraq erano 'pieni di questo popolo'.
Cosa ci porta a pensare che l'origine dei Rom ha a che fare con questa razzia?"

Qui l'autore dimostra che egli non è affatto interessato negli aspetti culturali dei Rom, ma soltanto in trovare una loro possibile origine nell'India ed in nessun altro posto. Di conseguenza, molti particolari importanti sono stati trascurati. Per esempio:
·In quell'epoca, nella città di Kànnaugi regnava la dinastia Pratihara, che non era indoariana ma bensì Gujjar, ovvero, Khazar. Secondo i parametri linguistici, i termini indoariani "Gujjar" e "Gujrati" sono derivati dal nome "Khazar" attraverso le regole di trasformazione fonetica: le lingue indoariane non avendo i fonemi "kh" e "z" li trascrivono rispettivamente "g" e "j". Di conseguenza, se i Rom erano gli abitanti di Kànnaugi, non erano indoariani ma strettamente imparentati con gli odierni Ungheresi, i Bulgari, una piccola parte dei Giudei Ashkenazim, i Bashkir, i Chuvash ed alcuni altri popoli del Caucaso e del bacino del Volga... La denominazione "ungheresi" con cui sono conosciuti in molti paesi occidentali non sarebbe quindi tanto imprecisa - più esatta di quella di "indiani", sicuramente.
·Se i Rom fossero stati sempre in India fino all'undicesimo secolo, come afferma l'autore, avrebbero certamente praticato la religione più diffusa in quell'area, o perlomeno sarebbero stati fortemente impregnati degli elementi culturali del brahmanesimo, soprattutto se l'essere un brahmino di Kànnaugi è una qualità così prestigiosa. Ciononostante, non esiste la più minima traccia di brahmanesimo nella spiritualità e nella cultura romanì; al contrario, non c'è alcuna cosa più lontana dal "Romaimòs" (l'essere Rom) che l'induismo, il giainismo, lo sikhismo e qualsiasi altro "-ismo" d'origine indiana.
·Il sultano di Ghazni era sicuramente un musulmano. La gente ch'egli deportò fu trasferita in Afghanistan, Khorassan ed altre regioni dell'Iran. Questo non avrebbe favorito l'adozione d'elementi culturali del mazdeismo (i quali sono molto evidenti nella cultura romanì), ma al contrario, avrebbe contribuito ad evitarli, perché gli adoratori del fuoco erano stati quasi annichiliti dai musulmani - certamente un popolo in esilio non avrebbe adottato una religione messa al bando per essere così sterminati definitivamente! Di conseguenza, i Rom sono stati in terre iraniche molto prima dell'avvento dell'islam, quando il culto del fuoco era la religione dominante. I Rom sono stati in Iran prima del loro arrivo in India, e la loro cultura era già ben definita quando giunsero là. Esiste un solo popolo che ha esattamente le stesse caratteristiche: gli Israeliti del Regno di Samaria esiliati in Media, che conservarono la loro eredità mosaica ma nello stesso tempo adottarono pratiche dei magi, e solo una cosa non conservarono: la loro lingua originale (come neanche i Giudei; l'ebraico non è stato più la loro lingua corrente fino a quando lo Stato di Israele fu ristabilito nel 1948 e.c.). I Giudei indiani parlano lingue indiane, tuttavia sono Ebrei, non indoeuropei.
Quindi, avendo brevemente stabilito quali sono i punti deboli sui quali si fonda la teoria dell'origine in Kànnaugi, è giusto considerare le ragioni presentate dall'autore:

"Soprattutto i seguenti punti:

·Il particolare 'chiari e scuri' spiegherebbe la diversità di carnagione che esiste tra i diversi gruppi Rom, se la popolazione originale era veramente mista. C'erano probabilmente molti Rajput in Kànnaugi. Questi non erano imparentati con la popolazione nativa, ma erano stati elevati alla dignità di kshatria per i loro meriti. Quindi, essi possono ritenersi come la parte 'scura' della popolazione."

Quest'è un'affermazione piuttosto ingenua per uno studioso. È perfettamente stabilito il fatto che i Rom si sono mescolati con diversi popoli lungo il loro pellegrinaggio. Esattamente come i Giudei. È sufficiente visitare Israele per notare che ci sono Ebrei scuri, Ebrei biondi, Ebrei alti, Ebrei bassi, Ebrei che sembrano indiani, cinesi, europei, ecc. Il racconto dell'autore dimostra che la popolazione di Kànnaugi non era omogenea, non appartenente ad una singola etnia! Infatti, c'erano molti Rajput, come anche Gujrati e molti altri, se la città era così cosmopolita come sembra. Questo non prova che i Rom siano la popolazione di Kànnaugi.

"·Il fatto che gli schiavi catturati appartenevano ad ogni tipo di categoria sociale, incluso individui d'alto lignaggio, spiegherebbe perché sono stati così facilmente inseriti tra persone importanti ed influenti quali re, imperatori e papi quando giunsero in Europa. Questo è dovuto al fatto che fra i Rom c'erano discendenti dei 'nobili' di Kànnaugi. L'indologo francese Louis Frédéric conferma che la popolazione di Kànnaugi consisteva soprattutto di 'nobili', artisti, artigiani e guerrieri ."

Quest'è pura speculazione. I Rom normalmente si attribuiscono titoli nobiliari o di prestigio per ottenere dei favori, lasciapassare, ecc. Era ancora praticato dai Rom al loro arrivo in Sudamerica soltanto un secolo fa, quando dicevano d'essere "prìncipi d'Egitto" o nobili di qualche altra parte. Le autorità iniziarono a sospettare dopo che tanti prìncipi arrivavano da paesi esotici. C'è un particolare importante che l'autore non ha preso in considerazione: egli ha asserito precedentemente che Kànnaugi era un importante centro brahmanico: com'è possibile che non esista una casta sacerdotale tra i Rom? cos'è successo con i presunti "brahmini Rom"? Tutti i popoli indoariani hanno una casta sacerdotale, e molti altri popoli, compressi i Medo-Persiani (i magi) ed anche i popoli semitici, eccetto uno: gli Israeliti del nord - dopo la loro separazione da Yehudah, persero la Tribù Levitica e di conseguenza, nessuna Tribù fu adibita al sacerdozio. C'erano notabili, artisti, artigiani, guerrieri ed ogni categoria sociale tra gli Israeliti, ma non sacerdoti. Ciò ch'è altrettanto interessante è il fatto che i notabili Israeliti erano molto apprezzati nelle corti dei re pagani, e siccome avevano un particolare dono profetico, molti Israeliti divennero dei magi in Persia, così come indovini ed incantatori. Da non dimenticare che la pratica più comune tra i Rom sono i tarot (tarocchi), un'invenzione ebraica.

"·Questa diversità sociale della popolazione originale deportata si può considerare determinante per la sopravvivenza della lingua romanì, dopo circa un millennio dall'esodo. Come dimostra la sociolinguistica, quanto più alto è il grado di diversità sociale in una popolazione deportata, più fortemente e più a lungo persisteranno nel mantenere la loro lingua originale."

Quest'asserzione non prova nulla, ed è alquanto discutibile dal momento che ci sono molti esempi del contrario: la storia dimostra che gli Ebrei furono portati in esilio da ogni categoria sociale, e persero la loro lingua in un tempo relativamente breve - un fatto singolare è che conservarono le diverse lingue che adottarono in esilio invece della propria, ad esempio, i Giudei Mizrachim parlano tuttóra l'assiro-aramaico; i Giudei Sefarditi parlano il ladino, una forma medioevale dello spagnolo che conservano dopo sei secoli dalla loro espulsione dalla Spagna; i Giudei Ashkenazim parlano lo yiddisch, ed i Rom parlano il romanì, la lingua adottata in esilio.
Altri esempi di popoli da ogni categoria sociale deportati o emigrati in numero considerevole che hanno perso la loro lingua in breve tempo sono gli Africani dell'America, il Caribe ed il Brasile, la seconda e terza generazione d'Italiani in America, Argentina, Uruguay, Brasile, ecc., la seconda e terza generazione d'Arabi negli stessi Paesi, ecc. Altre comunità hanno un legame più stretto con le loro lingue, come gli Armeni, i Rom o i Giudei. non c'è un parametro universale come asserisce l'autore.

"·L'unità geografica del luogo dal quale gli antenati dei Rom sono partiti è importante anche per la sorprendente coerenza dell'elemento indiano nella lingua romanì, perché le differenze dialettali non si trovano nella componente ìndica della lingua ma nel vocabolario formato in suolo europeo."

Questo fattore non implica che la loro origine sia l'area indostanica. È vero che la lingua romanì s'è formata inizialmente in un contesto indoeuropeo, ma le stesse parole "indiane" sono comuni ad altre lingue che esistevano fuori dal subcontinente, ovvero in Mesopotamia. Le lingue urritiche sono l'origine più verosimile delle lingue ìndiche (basta ricercare negli antichi testi Mitanni per riconoscere che il sànscrito nacque in quella regione). Lingue collegate al sànscrito si parlavano in una vasta area del Medio Oriente, compresso Canaan: i biblici Horei (Hurriti o Urriti) abitavano nel Neghev, i Gevusei e gli Hivvei, due tribù urrite, nell'area di Yehudah e Galilea. I Nord-Israeliti sono stati inizialmente trasferiti a "Hala, Havur, Gozàn e nelle città dei Medi" (2Re 17:6) - quella è precisamente la terra degli Urriti. Dopo la caduta di Ninive sotto Babilonia, la maggioranza degli Urriti e parte degli esuli Israeliti emigrarono verso est e fondarono Khwarezm, da dove si spinsero ulteriormente e colonizzarono la Valle dell'Indo e l'alta Valle del Gange. È interessante notare che certe parole della lingua romanì sono antico ebraico o aramaico, parole che non potrebbero aver mai acquisito in un periodo successivo o nel loro passaggio attraverso il Medio Oriente verso l'Europa, ma solo in un'epoca remota della loro storia, prima del loro arrivo in India. Un termine molto importante eppure mai tenuto in considerazione dagli studiosi sostenitori della teoria dell'origine indiana è la propria denominazione etnica "Rom". Non esiste nessuna menzione in alcun documento sànscrito di nessun popolo Rom. Il significato del termine "rom" è "uomo", e c'è soltanto un'altra lingua in cui questa parola aveva lo stesso significato: l'antico egizio. Secondo la Bibbia, i Nord-Israeliti avevano delle differenze dialettali con i Giudei, ed erano più legati alla cultura egizia come anche all'ambiente cananeo. La religione d'Israele dopo la loro separazione da Yehudah richiamava quella egizia, l'adorazione del vitello. Quindi, non è improbabile che la parola egizia per definire l'uomo fosse ancora in uso nel Nord Israele, anche durante l'esilio in Hanigalbat e Arrapkha, e dopo.
Tuttavia, siccome l'origine non dev'essere cercata attraverso la lingua, non mi dilungherò oltre su questo soggetto.

"·Questo argomento mina la teoria che i Rom derivano 'da una conglomerazione di tribù Dom' (o qualunque altro gruppo). È doveroso menzionare che Sampson ha specificato che i Rom 'sono entrati in Persia come un unico gruppo, parlando la stessa lingua'."

Sono pienamente d'accordo con questo concetto, tuttavia è importante far notare che la "teoria Dom" è stata quella "ufficiale" fra gli studiosi fino a poco tempo fa, e cadde successivamente in discredito come qualunque teoria che, insistendo sull'origine indiana, si basa su parametri sbagliati che portano ad una ricerca interminabile e contraddittoria.

"·È probabile che ci sia stato un numero considerevole d'artisti Dhomba in Kànnaugi, come in ogni città civilizzata di quei tempi. Come principale centro intellettuale e spirituale nell'India settentrionale, Kànnaugi senza dubbio attirava numerosi artisti, tra i quali c'erano molti Dhomba (forse, ma non definitivamente, gli antenati degli odierni Dhomb). Ora, quando la popolazione di Kannaugia fu dispersa nel Khorassan ed aree circostanti, gli artisti Dhomba probabilmente catturarono l'immaginazione della popolazione locale piuttosto che i nobili ed artigiani, e ciò spiegherebbe l'estensione del termine Dhomba in riferimento all'intero gruppo di esuli di Kànnaugi. Questi potrebbero in seguito aver preso questa denominazione in riferimento a sè stessi, come termine di autodefinizione (in opposizione alla più generalizzata denominazione Sind[h]~, persiano Hind~, greco ionico Indh~ significando 'indiani' - da dove provenne forse il nome 'Sinto', malgrado la paradossale evoluzione da ~nd~ a ~nt~, che si deve postulare in questo caso. Infatti, alcuni dialetti romanì individuali, soprattutto in Ungheria, Austria e Slovenia, sembrano presentare quest'evoluzione da ~nd~ a ~nt~ )."

Siccome l'autore non trova una spiegazione fattibile per il termine "Rom", ricorre a sotterfugi speculativi assolutamente improbabili. Ciò si manifesta nelle sue espressioni "è probabile", "forse", "spiegherebbe", "sembra"... Tutta la struttura su cui si fonda questa teoria cade per l'impossibilità di spiegare i fattori culturali e spirituali dei popoli Rom e Sinti, e sostanzialmente l'asserzione che "questi potrebbero in seguito aver preso la denominazione Dhom in riferimento a sè stessi, come termine di autodefinizione" si rivela totalmente fallace. L'autore si contraddice, perché prima aveva asserito che "molti degli esuli di Kànnaugi erano dei nobili", ora egli suppone che questi stessi "nobili" adottarono per sé stessi la denominazione appartenente ad una "casta inferiore" come lo erano gli artisti Dhomba.

"·Il fatto che la popolazione proto-romanì provenne da un'area urbana e ch'erano principalmente dei notabili, artisti ed artigiani, potrebbe essere il motivo per cui un così basso numero di Rom lavorano nell'agricoltura fino ad oggi. Anche se 'il suolo della regione era ricco e fertile, i raccolti abbondanti ed il clima caldo', il pellegrino cinese Xuán Zàng (latinizzato Hsüan Tsang), nota che 'pochi degli abitanti della regione si dedicavano all'agricoltura'. In realtà, la terra era coltivata soprattutto per la produzione di fiori da profumo sin dall'antichità (principalmente a scopi religiosi."

Anche quest'affermazione non prova nulla, ma rafforza l'ipotesi che i Rom non erano infatti indiani: un confronto accurato con il popolo Giudeo porta alle stesse conclusioni, perché i giudei furono portati via dalla loro terra da ogni strato sociale, tuttavia, i Giudei non si sono mai dedicati all'agricoltura e sono sempre vissuti in città dovunque fossero nella Diaspora. I Giudei divennero agricoltori soltanto recentemente, nello Stato di Israele, perché era necessario per lo sviluppo della Nazione. Ci sono evidenze in supporto del fatto che quando i Rom sono arrivati in India, erano già un popolo con queste caratteristiche; perché sia i Nord-Assiri che gli Assiri Babilonesi praticarono la deportazione selettiva d'entrambi Regni di Israele e Yehudah, come leggiamo: "E (il re di Babilonia) menò in cattività tutta Yerushalaym, tutti i capi, tutti gli uomini valorosi, in numero di diecimila, e tutti i falegnami e i fabbri, non vi rimase che la parte più povera della popolazione del paese, e deportò Yehoyakin a Babilonia, e la madre del re, le mogli del re, i suoi servi, i magnati del paese, tutti i guerrieri, falegnami e i fabbri..." (2Re 24:14-16); "Il capo dell'esercito (di Babilonia) non lasciò che alcuni dei più poveri del paese a coltivare le vigne e i campi" (2Re 25:12). La stessa cosa avevano fatto i re d'Assiria 120 anni prima con il Regno di Samaria, ed i coltivatori ch'essi lasciarono sono gli odierni Samaritani, mentre la maggior parte degli Israeliti ancora risultano "tribù perdute", ed esiste evidenza certa che la maggioranza di loro emigrò in India.

"·Sembra che un piccolo gruppo fuggì dalla razzia sulle acque del Gange e giunsero a Benares, da dove, a causa dell'ostilità della popolazione indigena se ne andarono e si stabilirono nell'area di Ranchee. Questa gente parla il sadri, una lingua indiana specificamente usata per la comunicazione intertribale. È degno menzionare che il sadri sembra essere la lingua indiana che permette una migliore comunicazione fra i loro parlanti e quelli che parlano il romanès."

Ancora una volta, l'autore si fida delle teorie speculative che collegano una tribù indiana con i Rom soltanto attraverso alcuni fattori linguistici, ma niente che abbia a che fare con la cultura e spiritualità Rom, né con le leggi e tradizioni, e nessuna prova storica. Le lingue sono un punto di riferimento molto relativo e spesso fuorviante, perché possono essere adottate da popoli completamente diversi. Forse l'autore non conosce alcuni casi enigmatici come il seguente: c'è una provincia in Argentina, Santiago del Estero, dove una lingua indigena pre-coloniale si parla ancora: il kéciua, un dialetto della lingua degli Inca. Il fatto curioso è che quasi tutti gli individui che la parlano non sono indigeni ma Arabi siriano-libanesi stabiliti in quella provincia da circa un secolo. In un ipotetico evento catastrofico nel futuro da cui non sopravvivesse alcun attestato dell'immigrazione araba, gli studiosi del 25mo secolo sicuramente speculeranno affermando che quelli Arabi sono gli ultimi autentici discendenti dell'antica civiltà Incaica... Ciò che magari non riusciranno a spiegare è perché quelli "Inca" hanno tradizioni cristiano-ortodosse in un paese cattolico-romano, anche se queste due tradizioni sono molto più vicine che quella dei Rom nei confronti di quelle indiane.
Un altro esempio di questo tipo ci è dato dagli stessi Sinti: in Piemonte, il dialetto locale è sempre meno parlato dai 'gagè', ancora usato da persone adulte ma non è più la prima lingua dei bambini piemontesi, che parlano l'italiano. La conservazione del dialetto dipende quasi esclusivamente dai Sinti Piemontesi, che l'hanno adottato come la propria lingua "romanì" e saranno probabilmente gli unici che parleranno questo dialetto verso la fine del presente secolo. In un evento immaginario come quello descritto sopra, gli studiosi del futuro giungeranno alla conclusione che gli autentici Piemontesi sono i Sinti di quella regione...

"·Inoltre, i parlanti di sadri hanno l'abitudine, durante cerimonie speciali, di versare un poco di bevanda sul suolo prima di bere, dicendo: 'per i nostri fratelli portati via dal vento freddo aldilà delle montagne' (comunicazione personale da Rèzmuves Melinda). Questi 'fratelli' potrebbero essere i prigionieri di Mahmud. Tuttavia, è necessario uno studio più estensivo sul gruppo che parla sadri."

Un'altra congettura speculativa basata su fatti non concreti. Le deportazioni erano frequenti in quei tempi, ed asserire che si possano riferire ai Rom è più che azzardato. È significativo che questa tradizione sadri si riferisce al "vento freddo aldilà delle montagne", una frase difficilmente applicabile ad una deportazione verso ovest aldilà dei fiumi, logicamente da un vento caldo, ed è piuttosto coerente con una deportazione verso nord, oltre l'Himalaya, dove soffia il vento freddo.

"·La dea protettrice di Kànnaugi era Kali, una divinità ch'è ancora molto popolare fra i Rom."

Questa è un'affermazione molto strana per uno studioso della cultura romanì, perché di fatto, i Rom non hanno la minima idea dell'esistenza della dea indiana Kali, che non ha questa presunta "popolarità". Non sò se l'autore ha inserito questa falsa asserzione con l'unico scopo di rafforzare la sua teoria, ma preferisco pensare che sia in buona fede. Non esiste alcun elemento nella mia famiglia che possa indicare l'esistenza di una tale tradizione nel passato, e non esiste in nessuna della numerose famiglie Rom e Sinti che ho incontrato in tutto il mondo, dalla Russia alla Spagna, dalla Svezia all'Italia, dagli Stati Uniti alla Terra del Fuoco (l'estremità più a sud nel mondo abitato), da ogni tribù Rom, dai Kalderash/Lovarya/Churarya ai Kalé spagnoli, dai Sinti Estraxharya/Eftavagarya ai Kale finlandesi, dai Machwaya ai Khoraxhané sudamericani. Invito a chiunque a chiedere ai Rom chi pensano loro che sia Kali - la loro risposta sarà: "una donna nera", perché "kali" è il femminile di "kalò", che significa nero (non perché sappiano che pure l'idolo indiano è nero). Conosco la maggioranza delle famiglie Rom importanti di tutto il mondo, e consiglio all'autore di fare una visita ai Rom in Argentina, dove per qualche ragione, la tradizione culturale Kalderash si mantiene più genuina che altrove.
La devozione di alcuni gruppi verso "Sara kali" in Camargue ha a che fare con la tradizione cattolico-romana, non con quella induista. Infatti, ci sono "madonne nere" in quasi tutti i paesi cattolico-romani (compresa la Polonia!). Sara "kali" si chiama così perché è nera e, per puro caso o no, ha lo stesso nome della madre del popolo Ebreo, il che può essere il motivo per cui i Rom cattolici l'abbiano scelta come la propria santa.

"·Inoltre, l'antico nome della città era Kanakubja (o Kanogyza nei documenti greci), che significava 'vergine gobba, storpia'. L'origine di questo nome sorprendente si trova in un passo del Ramagian di Valmiki: Kusmabha fondò una città chiamata Mahodaja (Grande Prosperità); egli aveva cento belle figlie di cui un giorno, quando giocavano nel giardino reale, Vàju, dio del vento, s'innamorò e volle sposarle. Sfortunatamente, fu rifiutato e nella sua ira le fece diventare gobbe, e quindi la città acquisì questo nome. In un'altra versione, Kana Kubja era il nomignolo d'una devota storpia di Krishna, a chi il dio donò un corpo bello e forte per la sua fervente unzione dei suoi piedi. Infatti, 'vergine gobba' era uno dei titoli dati a Dorga, la dea guerriera, un'altra forma di Kali. In altre parole, possiamo fare un parallelismo: kana kubja ('vergine gobba') = Durga = Kali. Rajko Djuric ha segnalato alcune similarità con il culto Rom di Bibia o Kali Bibi ed il mito indiano di Kali."

Ancora un'argomentazione puramente speculativa senza alcun sostegno reale. Storie simili sono molto comuni nel Medio Oriente (raccomando all'autore di leggere le "1001 Notte" per una migliore documentazione). È ben risaputo che i Rom adottano favole dai paesi dove sono vissuti, e le adattano alla propria fantasia. È anche un dato di fatto che la maggioranza delle leggende "romanì" sono altrettanto etichettate come "ebraiche", ed entrambe riconosciute come originali. Ci sono anche racconti armeni, persiani ed arabi nella letteratura orale romanì.
Mi domando perché l'autore non menziona la popolarità che ha il Profeta Eliyah fra molti gruppi Rom... forse perché non può spiegare l'origine "indiana" di tale tradizione. Eliyah era un Profeta del Regno di Samaria.

"·Il tempo che i Rom hanno soggiornato nel Khorassan (uno o più secoli) spiegherebbe anche le numerose etimologie persiane integrate nella lingua romanì (circa 70 - inoltre a 900 indiane e 220 greche), perché il Khorassan era una regione di lingua persiana."

Lo stesso criterio è valido per il soggiorno indiano. Così come queste etimologie non provano un'origine persiana, nemmeno quelle indiane provano un'origine indiana, ma solo un lungo soggiorno. L'esposizione seguente dell'autore è orientata esclusivamente sulla traccia linguistica, e anche se è un ragionamento valido, non riesce a provare l'origine Kànnaugi, come vedremo:

"Un altro elemento sorprendente è la coincidenza di tre caratteri linguistici che collegano il romanès con le lingue dell'area di Kànnaugi, e solo o principalmente con queste, ossia:

- fra tutte le lingue indoariane moderne, solo il braj (chiamato anche braj bhaka, una lingua parlata da circa 15 milioni nell'area immediatamente ad ovest di Kànnaugi) ed il romanès distinguono due generi nella terza persona singolare del pronome personale: jo o vo in braj (probabilmente o in braj antico) e ov, vov o jov 'egli' in romanì per il maschile e ja o va in braj e oj, voj or joj 'ella' per il femminile, mentre le altre lingue indoariane hanno una forma unica, usualmente yé, vé 'egli, ella' per entrambi i sessi. Questi pronomi specifici possono essere uditi ogni giorno sulle strade di Kànnaugi.

· fra tutte le lingue indoariane moderne, solo i dialetti dell'area di Kànnaugi, alcuni dei braj e nepalese (il Nepal dista solo 60 miglia da Kànnaugi) hanno una terminazione dei nomi ed aggettivi maschili in ~o (o ~au = ~o) identica alla controparte romanì, che è anche ~o: purano 'antico, vecchio' (in altre lingue indoariane purana, romanès purano), taruno 'giovane [lit. in hindi]' (altre lingue taruna, sinto tarno, romanès terno). Infatti, l'evoluzione dialettale da ~a a ~o è sottoposta a regole piuttosto complicate che devono ancora essere dilucidate.

- ed infine, ma non meno importante, fra tutte le lingue indoariane moderne, solo l'awadhi (una lingua parlata da circa 20 milioni in una vasta area ad est di Kànnaugi) presenta, come il romanès, una forma lunga alternativa della posposizione genitiva. Non c'è solo uno stretto parallelo nel fenomeno in sè stesso ma anche le posposizioni sono identiche nella forma: in addizione alla forma corta (~ka, ~ki ~ke) che è comune a tutte le lingue indoariane, l'awadhi ha una variante lunga ~kar(a), ~keri, ~kere, esattamente come la maggioranza dei dialetti romanì arcaici, come quelli della Macedonia, Bulgaria (~qoro, ~qiri and ~qere), Slovacchia e Russia (~qero, ~qeri, ~qere); forma che è stata ridotta nei dialetti sinti (~qro, ~qri, ~qre). In più, una recente missione svolta in certi villaggi dell'area di Kànnaugi ha rivelato tracce d'un vocabolario inesplorato molto simile al romanì (tikni 'piccolo', daj 'madre' [hindi 'donna'], ghoro 'brocca', larika 'giovane' [hindi larhka] ecc...). Tutto ciò giustifica l'asserzione del professore Ian Hancock che dice che 'le lingue più vicine al romanès sono quelle indiane occidentali', più comunemente conosciute come braj e che condividono molte caratteristiche con il kànnaugi moderno ."

Come ho detto prima, il ragionamento è interessante; tuttavia non prova niente, per i seguenti motivi:
·Tutte le osservazioni che l'autore ha elencato dimostrano che il romanès è grammaticalmente più complesso della maggioranza delle lingue parlate oggi in India, ciò significa che quando i Rom erano esuli in India, molto probabilmente c'era una lingua più omogenea ancora non evoluta verso le varie lingue che per logica linguistica devono essere più semplici dal punto di vista grammaticale. Ciò è successo, ad esempio, con il latino, che una volta era parlato in una vasta area dell'Europa occidentale e che si è trasformato in italiano, spagnolo, portoghese, catalano, occitano, romeno, ecc., tutti quanti avendo una grammatica molto più semplice.
·Di conseguenza, com'è anche reso noto, tutte le lingue indiane occidentali erano una volta una sola, da cui il romanès si separò in un periodo di formazione iniziale. Un tale stadio primitivo della lingua può perfettamente implicare che si trattasse del periodo urritico, ancora prima del soggiorno in India, ma questo è solo un suggerimento. Ciò che emerge in ogni caso è che tutta la famiglia ìndica occidentale, ovvero le lingue della Valle dell'Indo e del Rajasthan, sono diretti discendenti della cosiddetta lingua "Kànnaugi", e ciò implica che il romanès non deve necessariamente essere collegato all'area di Kànnaugi, ma può benissimo esserlo con l'intera regione dal Kashmir al Gujarat e dal Sindh all'Uttar Pradesh.
·È anche certo che la regione menzionata sopra, da dove la lingua romanì si presume sia originaria, non era allora popolata da indoariani ma bensì da popoli scito-sarmatici stabilitisi nella Valle dell'Indo e nel Sakastan, compreso il territorio di Kànnaugi (che era governato da una dinastia Gujrati) e che avevano una cosa in comune: tutti provenivano dall'occidente! Ci sono evidenze inconfutabili che confermano che i popoli della Valle dell'Indo erano Saka e non Ariani, ma questo non è l'argomento del presente studio.
·Il fatto che tracce dell'antica lingua esistano tuttóra nell'area di Kànnaugi non implica assolutamente che essa sia la terra d'origine; la storia linguistica ci provvede diversi esempi:
- una volta le lingue celtiche erano diffuse su quasi tutta l'Europa; oggi sopravvivono in alcune regioni delle Isole Britanniche ed in Bretagna, che non sono la terra d'origine dei Celti.
- prendendo di nuovo il latino come esempio, la lingua più vicina parlata oggi non è l'italiano ma il romeno, molto lontano dalla terra dove il latino nacque.
- durante un periodo di quasi quattro secoli in tutta l'Ukraina si parlava l'ungherese e lingue dello stesso ceppo (fra l'epoca d'Attila e d'Árpád), mentre che oggi non ci sono tracce dell'ungherese in Ukraina e si parla in Ungheria, Transilvania e zone circonvicine.
- nello stesso modo, il turco non s'è parlato nell'Asia Minore fino alla fine del Medioevo, e non esiste più nella sua terra d'origine.
- è provato che il basco (euskara) proviene dal Caucaso, l'estremo opposto d'Europa con rispetto a dove si parla oggi il basco, non esistono tracce intermedie che possano testimoniare il lungo viaggio effettuato dagli antichi Baschi, e nessuna regione del Caucaso dove si parli, ma soltanto delle lingue imparentate.
- l'unica gente ch'è ancora in grado di leggere le Saga Vikinghe nella lingua che furono scritte sono gl'Islandesi e Feroesi, mentre che gli Svedesi, Norvegesi e Danesi, dove le Saga sono state scritte, possono difficilmente leggerle.
- è stato possibile decifrare l'antica lingua sumeria soltanto con l'aiuto dell'ungherese moderno; ciò dimostra quanto sia impreciso collegare una lingua all'area dove essa è parlata nel presente.
Ci sono molti altri esempi come questi, ma essi sono sufficienti. Ancora c'è un'altro quesito proposto dall'autore:

"In quanto concerne alla cronologia dell'esodo, essa coincide con l'epoca di Mahmud perché è chiaro che non potrebbe essere successo prima del 10° secolo e.c., visto che il romanès presenta due caratteristiche grammaticali che si sono formate verso la fine del primo millennio, ossia:
a) la formazione del sistema posposizionale invece delle flessioni ìndiche antica e media;
b) la perdita del neutro con passaggio al genere maschile o al femminile dei nomi già neutri. Visto che quasi tutti questi nomi sono stati ascritti in romanès agli stessi generi che in hindi (Hancock, 2001:10), ci si può concludere che tale fenomeno si verificò quando il romanès era ancora parlato sul suolo indiano. In base a questo, il romanès si separò dalle lingue ìndiche solo dopo queste evoluzioni."

Ciò che l'autore non considera è quanto segue: non esisteva una lingua indiana unificata, ma un fattore distintivo fra l'area scito-sarmatica e quella ariana, e che:
a) la posposizione è una caratteristica molto comune nelle lingue parlate dai popoli scito-sàrmati;
b) solo i generi maschile e femminile esistevano nella variante dell'"ìndico antico" parlata nella Valle dell'Indo, prima che i brahmini riuscissero ad unificare tutta l'India o la maggior parte d'essa e di conseguenza, anche la lingua fu unificata in qualche modo - essendo logico che entrambi i rami abbiano contribuito, tuttavia la forma più semplice prevalse ed il genere neutro scomparve dalla variante ariana. Non era necessario che i Rom fossero ancora in India quando la lingua fu unificata.

Il resto dello studio dell'autore della "teoria Kànnaugi" non tratta sulla presunta origine dei Rom ma d'aspetti storici di Kànnaugi che non sono rilevanti per la nostra ricerca, quindi concludo qui con i commenti sulla sua ipotesi ed inizio con l'esposizione d'altri aspetti della cultura romanì che sono certamente più importanti della lingua e che dimostrano che i Rom non hanno niente in comune con alcun popolo dell'India, né al presente né nel passato. Gli aspetti che presenterò qui non possono essere spiegati dai sostenitori della teoria dell'origine indiana.

Gli aspetti culturali e spirituali dei Rom possono classificarsi in due categorie principali:
1) credenze, leggi, regole e pratiche d'origine ebraica; molto importanti all'interno della vita comunitaria romanì;
2) pratiche ed alcuni elementi di tipo superstizioso collegati al culto del fuoco; che soprattutto regolano i loro rapporti con l'ambiente non-romanì.

Prima d'esporre questi aspetti, è conveniente presentare un breve riassunto storico in modo tale d'agevolare il lettore a capire come e perché i Rom erano in India in un determinato momento e perché non possono essere originari di quella terra. La "preistoria" dei Rom iniziò in Mesopotamia, nella bassa Valle dell'Eufrate, la loro "protoistoria", nella bassa Valle del Nilo e Canaan...

Durante l'espansione semitica nel Medio Oriente, una famiglia Accadia emigrò da Sumer a Canaan e poi a Egitto, dove si moltiplicò e divenne importante nella società Egizia, tanto da essere odiati e sottomessi a servitù, fino a quando si ripresero la libertà e si stabilirono in Canaan. In quell'epoca erano costituiti da tredici Tribù, di cui una adibita al sacerdozio, e le altre dodici erano il "popolo", chiamato Israele. Quella nazione aveva una particolarità che la distingueva da tutte le altre nazioni in quei tempi: credevano in un Dio Unico. Ricevettero uno statuto costituito da leggi, precetti ed articoli di fede da essere osservati, riguardanti ogni aspetto sociale e la loro netta separazione da ogni altro popolo, leggi concernenti la purezza ed impurità rituale, ed altre caratteristiche che facevano di loro un popolo particolare, differente da ogni altro sulla terra. Avevano una memoria comune, l'essere stati in esilio in Egitto, ed un'eredità comune, quello statuto di precetti che prevedeva che se non li avessero osservati, sarebbero mandati in esilio nuovamente, non più in Egitto, ma in ogni Paese.