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Roma (Lazio) - 7 Febbraio 2012

ostia cronaca contratti di lavoro italia (terza parte)

ostia cronaca contratti di lavoro italia (terza parte)
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RITENUTA D'ACCONTO
La ritenuta d'acconto non è una forma di contratto, bensì una forma di pagamento a cui sono assoggettati tutti i cosiddetti lavoratori "autonomi".
Sotto questa forma sono le seguenti forme di collaborazione professionale con imprese o con aziende.
Collaborazione coordinata e continuativa
Prevede che ci sia la stipula di un contratto con un'azienda per la fornitura delle proprie prestazioni professionali.
Requisiti del rapporto:
- Non occasionalità
- Assenza del vincolo della subordinazione
- Opera prevalente del collaboratore
- Coordinazione con l'attività del committente
- Autonomia operativa del collaboratore
- Onerosità dell'opera prestata
Le tasse sono a carico del lavoratore a ritenuta d'acconto.
A seconda di quanto si dichiara all'anno si hanno delle imposte dirette da pagare:
- fino a 7.200.000 annui si paga il 10% di imposta
- da 7.200.000 a 14.400.000 il 22%
- da 14.400.000 a 30.000.000 il 27%
- da 30.000.000 a 60.000.000 il 34%
L'azienda trattiene dalla paga lorda la ritenuta del 20% che versa a titolo di anticipo all'erario.
Se il totale versato nell'anno supera la percentuale di imposta del reddito percepito è possibile chiedere un rimborso da parte dello Stato.
Se invece la percentuale è inferiore si deve versare la differenza con il modello 740.
In più il committente trattiene il 3.3% che versa a fine anno come contributo Inps integrandolo con un 6.6% a suo carico.
È a carico del datore la restante parte dei contributi all'Inps del 6.66%.
Collaborazione occasionale
Rappresenta un accordo fra il lavoratore e il padrone nel quale dovrebbero essere specificate le mansioni da svolgere, la durata approssimativa del lavoro, il compenso pattuito e le modalità di pagamento.
Il pagamento si ottiene attraverso la presentazione di una nota (o notula) di collaborazione occasionale non continuativa.
Questa è esente dal pagamento dell'IVA, ma prevede la ritenuta d'acconto a carico del lavoratore.
Anche per questo tipo di collaborazione dovrebbero rimanere valide le caratteristiche di lavoro non dipendente, non soggetto a gerarchie.

PARTITA IVA
Anche la partita IVA non è un tipo di rapporto di lavoro ma una forma di gestione fiscale di pagamento dei rapporti di lavoro autonomo.
Oggi, infatti, alcune tipologie di lavoro necessitano l'apertura di una partita Iva.
All'interno di questa forma giuridica gravitano molte figure sociali con reddito e mansioni completamente differenti, che vanno dal dirigente d'azienda a consulenti, piuttosto che piccoli artigiani, o addirittura ad esempi di manodopera che viene costretta a improvvisarsi «imprenditore di se stesso» e a aprirsi la partita Iva, in modo da consentire al datore di lavoro di non assumere e nel contempo di scaricarsi di qualsiasi responsabilità giuridica e fiscale.

IL TENTATIVO DI DISSOLVERE L'IDEA DEL LAVORO SUBORDINATO RIENTRA NEL SISTEMA DEI PATTI NEOCORPORATIVI 92, 93, 96, 98

PATTI TERRITORIALI E CONTRATTI D'AREA
Gli accordi concertativi del 31 luglio 92 e del 23 luglio 93 producono una forte attacco al sistema contrattuale e al salario (la scala mobile è eliminata, il sistema pensionistico è stravolto, la spesa sanitaria è tagliata) e preparano il terreno alla liberalizzazione del lavoro (accordo per il lavoro del 96 con allegato pacchetto Treu). Si costituiscono o si potenziano istituti come i contratti di formazione lavoro, le assunzioni a termine, stagionali e precarie, il lavoro interinale, prevedendone la massima estensione e collegandoli a salario ridotto, defiscalizzazione e decontribuzione.
Come dice il documento dell'ulivista Onofri, il governo realizzerà "il completo abbandono della spesa sociale passiva, o puramente risarcitoria" (ossia il progressivo esaurimento degli ammortizzatori sociali e la conseguente completa libertà di licenziamento). Coerentemente D'Alema, ha deciso di tentare un esperimento neocorporativo per realizzare la completa flessibilità di occupazione/orario e salario.
Il "Patto Sociale", del dicembre 1998, costituisce la forma istituzionale di tale esperimento.
Nel dibattito parlamentare del 13 gennaio 99, D'Alema ha affermato che nel patto c'è addirittura il "programma di politica economica" del Governo, (Corriere della sera del 13-1-99, p.5).

PATTI TERRITORIALI
Si intende l'accordo, promosso da enti locali, parti sociali (rappresentanze locali delle categorie imprenditoriali e dei lavoratori interessate) o da altri soggetti pubblici e privati operanti a livello locale, relativo all'attivazione di un programma di interventi caratterizzato da specifici obiettivi di promozione dello sviluppo locale (finanziamenti, agevolazioni fiscali e previdenziali, riduzione tariffarie, di costi salariali, ecc.).
Esso può essere utilizzato nei settori dell'industria, agro-industria, servizi e turismo con attenzione al miglioramento della dotazione infrastrutturale. Firmatari del patto territoriale sono:
- i soggetti promotori e altri soggetti pubblici coinvolti nell'attuazione del patto;
- la regione;
- gli istituti bancari e le società finanziarie regionali;
- i consorzi di garanzia collettiva fidi;
- i consorzi di sviluppo industriale operanti nel territorio in cui opera il patto.
Il coordinamento e la realizzazione del patto sono assicurati da un soggetto responsabile individuato dai sottoscrittori tra i soggetti pubblici.

CONTRATTI D'AREA
Sono lo strumento operativo, concordato tra le amministrazioni, anche locali, rappresentanze dei lavoratori e dei datori di lavoro per la realizzazione delle azioni finalizzate a accelerare lo sviluppo e la creazione di una nuova occupazione in territori circoscritti. I contratti d'area sono limitati a territori circoscritti.
Le aree industriali nelle quali possono essere attivati devono essere interessate da grave crisi occupazionale, e ricadere nell'ambito di:
- aree di sviluppo industriale;
- aree realizzate a norma dell'articolo 32 della legge 14/5/1981, n. 219;
aree di crisi indicate dal Presidente del Consiglio dei ministri su proposta dei ministro del Bilancio e della programmazione economica (Dpem 15 aprile 1998).
I contenuti del contratto d'arca devono indicare:
- gli obiettivi (attività e interventi) per le iniziative imprenditoriali e le relative opere infrastrutturali;
- l'indicazione dei soggetti, dei tempi e modalità di attuazione nonché i costi e le risorse finanziarie;
- il responsabile unico dell'attuazione e del coordinamento delle attività e degli interventi;
- un'intesa fra le parti sociali, qualificata dagli obiettivi e dai contenuti indicati nell'accordo per il lavoro del 1996, per definire la flessibilità del lavoro;
- un eventuale protocollo di intesa stilato con gli organi preposti all'ordine e alla sicurezza pubblica.

APPLICAZIONE 1999: IL PATTO NEOCORPORATIVO PER IL LAVORO DEL COMUNE DI MILANO
Patto per il lavoro del Comune di Milano
La bozza proposta dal Comune di Milano il 13 luglio 1999 ha prodotto due pre-intese (il 28 luglio tra Comune, Cisi, Uil, Assolombarda, Lega delle cooperative, Unione del commercio, Confcooperative, Api e Agci e il 29 luglio tra Comune, Cisl, Uil e Assolombarda).
Tale bozza propone, sulla base di quanto previsto dal Patto di Natale del 1998, di introdurre forme di contratto "leggere" che prevedono, come spiega il sindaco Albertini su «Il Sole 24 ore» del 27 luglio, «condizioni meno pesanti per le aziende garantendo retribuzioni inferiori [600.000/800.000 lire al mese] rispetto a quelle contrattuali, flessibilità d'impiego con contratti della durata massima di due anni e possibilità di risoluzione in ogni momento». Gli interessati a questo genere di contratti vanno, nelle parole del Comune, da quell'esercito di lavoratori extracomunitari disposto a svolgere questo tipo di attività, indubbiamente più decorose e dignitose rispetto all'accattonaggio o al lavoro nero e sottotutelato, ai disoccupati di lunga durata, agli over 40 espulsi dal mercato del lavoro, al disagio giovanile.
Questi contratti andrebbero applicati alle attività di manutenzione e pulizia della città, servizi per la persona (cura e assistenza di anziani, ammalati, bambini, ristorazione, divertimenti, cultura, 'turismo), servizi per le imprese pubbliche e private, servizi che, «in molti casi non vengono svolti da nessuno e che in altri casi sono troppo costosi o inefficienti». L'assunzione avviene con contratto a termine, protratto fino a due anni, non escludendo il ricorso a contratti di formazione o di collaborazione coordinata e continuativa.
È evidente il carattere demagogico della proposta: il lavoratore extracomunitario potrebbe essere costretto a accettare condizioni salariali e garanzie così bassi spinto dal ricatto del permesso di soggiorno, mentre è difficile pensare di risolvere il problema del disagio giovanile e del lavoro extralegale in generale con 800.000 lire al mese per pulire i giardini.
Di converso, questo genere di mansioni viene attualmente spesso già svolto da figure inquadrate in un sistema più tutelato e meglio retribuito (un lavoratore Amsa prende 1.500.000/1.800.000 lire al mese). Il Patto per il lavoro proposto dal Comune di Milano, quindi, non produrrebbe nuova occupazione ma sostituirebbe occupazione già esistente con lavoratori più precari e meno retribuiti. Il Comune propone, per la ricca Milano, un'esperienza pilota nel campo della destrutturazione dei rapporti di lavoro e dell'aumento dei tassi di sfruttamento.
La discussione sul patto è al momento sospesa, anche a causa della resistenza della Cgil a firmare. Va però fatto notare che durante la discussione del patto il Comune ha fatto passare una commessa a un'agenzia del lavoro interinale per il settore dell'Edilizia Privata e continua a appaltare all'esterno funzioni un tempo proprie delle municipalizzate, di fatto bypassando la necessità stessa di un accordo tra le parti.
Per il momento, il Patto per il lavoro del Comune di Milano è approvato senza la firma della Cgil.