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San Lucido (Cosenza, Calabria) - 10 Novembre 2011

San Lucido

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Storie di Juve e di vergogna


Dicevano al mio babbo che si doveva vergognare perché era juventino. Erano gli anni del goal di Turone, ed io ero ancora troppo bambino per poter entrare nel merito e comprendere il significato di quelle parole. Dalle spiegazioni che chiedevo ed ottenevo dal mio genitore, intuivo qualche immagine. Invidia, senso di competizione, negazione dei valori propri del concetto di sport. Di riflesso non mi vergognavo, mentre imparavo da lui ad amare quelle maglie a strisce bianconere.

Mi apostrofavano dicendo che mi dovevo vergognare perché ero juventino. Erano gli anni di Platini e della conquista della prima coppa dei Campioni. Mi chiedevano come si potesse considerare quella vittoria nella tragica notte dell'Heysel, e quel rigore inesistente che aveva portato al risultato sul campo. Ma io non mi vergognavo. Trovavo barbare e disumane quelle scritte sui muri, "grazie Heysel", con la vernice che puzzava del marcio del cervello di chi le aveva dipinte. Non c'era nulla di cui vergognarsi, mentre la domenica ed il mercoledì i miei occhi di ragazzo, impegnato ogni giorno nello sforzo di liberarsi dalla bambagia della pubertà per immergersi nella conflittualità dell'adolescenza, si deliziavano di una squadra, molto semplicemente, più forte di tutte le altre.

Gli amici non di fede juventina, con occhi iniettati di odio, mi vomitavano addosso gli epiteti "ladri" e "vergogna" , ma in verità ormai quelle parole, alle mie orecchie di adolescente che si dibatteva per liberare le ali necessarie al volo da spiccare per diventare uomo, suonavano come musica. Erano gli anni d'oro dell'epoca segnata dalle grandi Juventus dell'epoca della triade Giraudo-Moggi-Bettega, nel periodo 1994-2006. Mi era ormai chiarissimo il meccanismo, che nel corso della storia non si è mai inceppato, per cui chi non vince non ha mai responsabilità, ma è sempre colpa della sfiga, dell'arbitro, del fato, del tempo o di chissà che altro. Nello sport come nella vita. Con lo sguardo sempre più fiero guardavo tutti dall'altro in basso. Dall'alto della mia juventinità. Perché al di là delle lamentele domenicali, mai uno straccio di elemento aveva provato eventuali trucchi da parte della Juve. Al contrario. C'erano i Georgatos che dichiaravano strani usi di sostanze da parte dei medici della seconda squadra di Milano, ma nessuna inchiesta veniva aperta. C'erano i Seedorf ed i Gattuso che si sottraevano ai controlli antidoping senza nessun coinvolgimento in inchieste della prima squadra di Milano. Mentre sulla base delle accuse dell'allenatore più chiacchierone ed esonerato della storia, si aprivano processi sul doping solo nei confronti della Juventus, la quale, nonostante nel tempo la stampa si sia sbizzarrita più volte nel cercare di cambiare le carte in tavola, ne era uscita più pulita che mai. Mentre invece quando si accertava che i Sensi regalano i rolex, o si cambiavano le regole in corsa per far giocare i Nakata, o quando si concludeva un campionato in una partita di pallanuoto 10 contro 11, allora tutto era pulito. Altro che vergognarsi, la consapevolezza dello stile juve era un qualcosa di cui continuare ad andare fieri.

Con grande soddisfazione, in tempi recenti, mi ebbero a dire che lo avevano sempre saputo che eravamo ladri, e che dovevo andare a nascondermi e restituire tutti gli scudetti del ventesimo secolo. Era il 2006, quando con 91 punti la Juve dominava l'ennesimo campionato, e strani eventi segnavano la primavera e l'estate. In un primo momento il mio atteggiamento era quello di non vergognarmi in quanto comunque i bianconeri erano i più forti. In breve, però, mi ritrovavo a cedere al mio istinto di curioso che voleva toccare con mano, e diventavo così un piccolo esperto in materia. Le notti insonni tanto erano già garantite per via della mia famiglia che si ingrandiva, e così il tempo per studiare e passare al vaglio libri, trascrizioni di telefonate, ed elementi vari, non mancava. Diventavo in quel modo ancora più forte ed orgoglioso della mia juventinità, consapevole che solo una farsa maledetta aveva potuto interrompere il dominio della Juve.

Nota ormai la mia posizione e preparazione in materia, più nessuno ormai, se non con tono scherzoso ma contemporaneamente guardingo, osava suggerirmi di indurre alla vergogna. Erano (e sono ancora) gli anni del mio impegno nell'associazione GiulemanidallaJuve, l'unica entità che mi permetteva di mantenere inalterato il mio orgoglio di appartenenza allo status di juventino. Quella strana cosa trasformatasi in Corso Galfer in un'armata Brancaleone capace di regalare i migliori giocatori agli avversari, di ammettere quattro illeciti sportivi a fronte di nessuno commesso (qualcuno gli avrà dato il mandato a Zaccone di sostenere tale tesi, no?), di avere presidenti che disconoscevano la soddisfazione del 5 maggio, che liquefacevano gli attivi in bilancio, che cambiavano due allenatori all'anno, semplicemente non la riconoscevo e non la riconosco come Juventus. Per me quella era la New Holland, e tale resterà per sempre. E solo per questa ragione ero capace di non vergognarmi di essere juventino, proprio perché l'appartenenza a GiulemanidallaJuve mi consentiva di non sentirmi complice di chi, qualcuno teorizza e gli elementi in tale direzione non sembrano proprio mancare, aveva recitato una parte determinante nell'affossare la mia squadra, pur essendone magari proprietario o partner a vario titolo.

Quando martedì sera ho appreso la notizia della sentenza del tribunale di Napoli, i lineamenti del mio volto, segnati da cinismo e disillusione, componenti integranti di chi alla fine nel tortuoso viaggio della vita ha accettato di crescere, fino a piena lettura del giudizio di ogni imputato non hanno dato segno di scomporsi. Poi la sorpresa: Moggi condannato, già, ma Juventus assolta.
E così, quando mi sono coricato, ho pensato che oggi, probabilmente, diverse persone, a prescindere dalla tifoseria di appartenenza, avrebbero potuto farmi notare che non dovevo più vergognarmi, perché per l'ennesima volta un tribunale sanciva l'estraneità della Juventus in eventuali illeciti.

Per paradosso, invece, questa mattina, per la prima volta nella mia vita, ho aperto gli occhi al mondo, e ho provato quella sensazione che i tanti Severgnini di questo mondo si augurano da sempre: una certa vergogna, se non di essere juventino, almeno per quella parte di potere che controlla la Juventus.
Loro, i Severgnini, sono fieri dei loro cartoni, sono innamorati degli sguardi dolci e severi che commettevano illeciti (non prescritti!) chiamando direttamente gli arbitri e promettendo loro posti in banca in cambio di azioni da cavallo di Troia, sono noncuranti dei dirigenti che taroccavano i documenti dei giocatori stranieri, non si sentono imbarazzati da subdole vendite del marchio, da regali di elettrostimolatori, dichiarazioni di pratiche mediche dei suoi giocatori, deposizioni di teste che certificano lo spionaggio industriale, e di arbitri che denunciano pressioni per modificare i referti delle partite. Loro, i Severgnini, sazi delle orge di coccarde così conquistate negli ultimi anni, avendo deposto i proclami di ricerca della giustizia in sostituzione della prostituzione intellettuale propria di chi non può rinunciare al piacere da lungi atteso, non credo potranno mai comprendere le ragioni del mio disagio.
Io, invece, le comprendo benissimo. E' una vergogna che mi permette di camminare a testa ancora a più alta, perché certifica la mia onestà intellettuale che va oltre il tifo. La coerenza è il sole che ha rischiarato il nostro cammino fino ad oggi. E la coerenza mi stringe lo stomaco, nel vedere esultare l'avvocato della Juventus per la sentenza di estraneità ai fatti, mentre il suo dirigente di quegli anni ne esce a pezzi come il peggiore dei malviventi.

Speravo che i tempi della New Holland, nei quali assistevo apatico alle partite, finendo sovente per simpatizzare per la squadra avversaria, fossero terminati. Temo invece, più che mai, che ieri sia andato in onda una parte di epilogo di un disegno già preparato anni orsono; con le prese di posizione recenti dell'establishment Juve e dell'assunzione di un grande juventino come allenatore, Conte, abili specchietti per le allodole, pronti a ricostruire un futuro vincente le cui radici, questa volta, si poggerebbero sull'infamia.
Lo so, cari Severgnini, che non comprendete. Ma io, di queste eventuali vittorie, non saprei che farmene. Se non forse, appunto per la prima volta, vergognarmene.

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