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Psichiatria: L'inganno, la menzogna, la repressione 2

Psichiatria: L'inganno, la menzogna, la repressione 2

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La psichiatria come maschera

Il quadro fin qui delineato è a dir poco allarmante: la diversità, la devianza, la stranezza vengono considerate dalla psichiatria sintomi di una malattia della mente, una malattia che viene però curata agendo sul corpo, e di cui si cerca conferma nelle alterazioni biologiche del sistema nervoso pretendendo per altro di fare uno studio diverso da quello della neurologia (inventandosi all'occorrenza un'altra disciplina, la neuropsichiatria, che mischia in parti uguali analisi scientifiche ed ipotesi mai dimostrate).

In base alla diagnosi di questa malattia si nega quindi e si svaluta l'esperienza personale del paziente psichiatrico fino a quando egli non solo si convince di essere malato, ma lo diventa per davvero nel senso che un uso prolungato di psicofarmaci danneggia in maniera irreversibile le funzioni cerebrali e motorie (come hanno dimostrato alcune indagini mediche compiuti negli ultimi anni e tenute il più possibile nascoste dalla psichiatria ufficiale).

E allora sì che si arriva alla follia, e la malattia in questo caso ha un nome ben preciso, si chiama psichiatria. E la radice di questa malattia sta in una prassi purtroppo molto diffusa fra gli esseri umani, quella di liquidare il comportamento di una persona con un giudizio, con un'etichetta piuttosto che cercare di comprenderlo.

Giudicare è facile, basta solo una parola: folle, cretino, saggio, scemo, intelligente, strano, diverso, fragile, schizofrenico ... Comprendere invece è più difficile, implica uno sforzo per riuscire a comunicare, a rapportarsi con un'altra persona su di un piano di parità, significa provare a mettersi nei suoi panni, essere disposti a confrontare ed eventualmente a mettere in discussione le proprie idee e le proprie opinioni con quelle dell'altro; perché nessuna persona onesta dovrebbe pensare che il proprio metro di giudizio si possa applicare alle azioni di qualsiasi altra persona. Tanto difficile comprendere, tanto più facile e comodo giudicare.

La psichiatria come esperienza negata quindi, e la conferma di quanto detto non è qualche caso isolato, ma tutti, proprio tutti i casi di cui parla Cotti nel suo libro "Contro la psichiatria" (ed. La Nuova Italia), ossia tutti i pazienti cui lui ha ridato la vita e la libertà operando nel reparto psichiatrico di Villa Olimpia, tutti i casi descritti da Antonucci nel suo libro "Il pregiudizio psichiatrico" (ed. Eleuthera), ossia tutte le persone del reparto autogestito di Imola a cui è stata restituita la dignità di essere umano.

Un'ultima cosa c'è da dire di importante: così come esistono psichiatri che raramente prescrivono farmaci e che cercano di capire la storia personale di chi si rivolge a loro, così esistono tanti neurologi, psicologi e psicanalisti che "curano" i loro pazienti con psicofarmaci o che addirittura li mandano dallo psichiatra quando si rendono conto di non riuscire a fare niente per loro.

E ciò dipende anche dal fatto che troppo spesso la gente che sta male, che è angosciata, depressa, va da loro perché da uno psichiatra si vergognerebbe ad andare.

Però poi chiedono non le consulenze di un neurologo o le prestazioni di uno psicanalista, ma chiedono medicine, chiedono pillole per dormire, pillole per superare l'ansia o il nervosismo, chiedono ciò le ricette che potrebbe dare uno psichiatra, prendono le medicine usate in psichiatria per curare le "malattie mentali", ma dalla psichiatra non ci vanno perché tutti dicono a sé stessi "io non sono mica pazzo io sto solo un po' male", perché hanno paura di essere etichettati come folli.

E qui si innesta un aspetto tipico delle persone sofferenti; preferiscono pensare di essere depresse per una specie di malattia dei nervi curabile con delle pillole piuttosto che essere costretti ad affrontare i problemi che hanno nei loro rapporti con la famiglia, la società o il posto di lavoro che causano loro quelle sofferenze.

E questo succede perché affrontare certi problemi non è facile dato che può significare accettare di mettere in discussione sé stessi e tutta la propria vita; è sicuramente più semplice prendere una pillola, almeno fino a quando non ci si rende contro che quella pillola ti fa solo rincoglionire e che appena smetti di prenderla sei punto e daccapo, coi tuoi problemi che aspettano ancora che tu li affronti seriamente.

Ma c'è un'altra ragione per la quale tante persone considerano gli stati depressivi, ansiosi, nervosi, come delle malattie e non come l'effetto ultimo dei propri problemi personale e delle proprie sofferenze interiori: la strategia dei mass-media.

Che sia fatto apposta o no gli psichiatri in televisione e sui giornali sono all'ordine del giorno; d'altronde a chi gestisce il potere non può non fare comodo divulgare il parere di chi definisce il disagio sociale come un problema del singolo individuo e non della società nel suo insieme.

Un figlio uccide il padre? Ecco lo psichiatra che ti spiega come e perché succedono certe cose e come la malattia mentale può determinare certi comportamenti. Succede "una strage della follia"? Ecco lo psichiatra che dal piccolo schermo analizza l'accaduto in base ai propri schemi interpretativi.

Si parla della depressione? Ecco che lui ti spiega come affrontare e "curare" questa "malattia" insidiosa per mezzo dei nuovi ritrovati (leggi droghe) della farmacologia. Ed è sempre uno psichiatra a parlare, raramente uno psicologo o uno psicanalista, vi siete mai chiesti il perché?

Perché psicologi e psicanalisti tendono (anche se non sempre e non tutti) a vedere i problemi delle persone in relazione al loro vissuto e non ad una malattia; il rischio è quindi che qualcuno di loro potrebbe dire che questi "atti di follia" sono solo la conseguenza ultima di una società malata, di una società organizzata secondo criteri alienanti e disumani.

La situazione è veramente grave, quella pseudo-scienza criminale che è la psichiatria ha l'accesso ad un canale pubblicitario gratuito su tutti i mezzi di comunicazione e se ne serve continuamente.

Che fare allora? Quello che possiamo proporre è quello che in piccolo stiamo facendo da un poco di tempo nella nostra provincia: essere presenti ad ogni iniziativa esterna della psichiatria (convegni, conferenze, spettacolini organizzati coi pazienti) per contestarle e per rendere pubbliche le nostre posizioni, ribadendo senza mezzi termini che non esiste una psichiatria buona come non è mai esistito un nazismo buono o un razzismo buono.

Non c'è niente da riformare in una teoria che nega la dignità di persona a migliaia di esseri umani, li schiavizza con delle droghe sintetiche, limita la loro libertà con le prigioni; c'è solo da eliminare la psichiatria, da svuotare quelle prigioni dette reparti, cliniche ed ospedali psichiatrici, c'è da togliere a cere persone il diritto e la possibilità di decidere sulla vita degli altri.

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