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Palermo (Sicilia) - 6 Gennaio 2018

Piersanti Mattarella, il mistero della sua morte

Piersanti Mattarella, il mistero della sua morte
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Ennesima vittima di una mafia spietata, ennesimo mistero da svelare. Dopo 38 anni ancora i conti non tornano.
Era il giorno dell’Epifania del 1980 quando, in via della Libertà a Palermo, una grandine di pallottole colpì un uomo che stava andando a messa insieme alla moglie e ai suoi due figli. A cadere fu Piersanti Mattarella, all'epoca presidente dell'assemblea regionale della Sicilia, fratello di Sergio Mattarella, 12° Presidente della Repubblica Italiana.
Piersanti era tornato in Sicilia nel 1958 per sposarsi, dopo un periodo vissuto a Roma dove aveva studiato fino alla laurea in giurisprudenza. A Palermo divenne assistente ordinario di diritto privato all'Università.
La sua carriera politica iniziò nel 1964, anno in cui si candidò nella lista Dc alle elezioni comunali di Palermo, divenendo consigliere. Nel 1967 entrò nell'Assemblea Regionale. Dal 1971 al 1978 fu assessore regionale alla Presidenza con delega al Bilancio e il 9 febbraio 1978 fu eletto dall'Assemblea, Presidente della Regione siciliana.
La sua azione quale assessore al Bilancio fu subito incisiva: nel 1971 vennero approvati otto rendiconti arretrati e negli anni successivi presentò e fece votare entro i termini di legge i bilanci di previsione evitando la prassi consolidata del ricorso all'esercizio provvisorio.
Da presidente della Regione disse cose scomode contro Cosa Nostra e si mostrò decisionista: in poche settimane fece approvare riforme del governo regionale in direzione della trasparenza. Ma è sul fronte degli appalti (trasparenza ed imparzialità nella pubblica amministrazione, riformando anche il sistema di collaudo delle opere pubbliche affidato precedentemente sempre alle solite persone) e dell’urbanistica che si alzò il livello dello scontro: la giunta Mattarella riuscì a comprimere gli spazi della speculazione edilizia nelle aree del “verde agricolo” bloccando gli interessi di mafiosi e palazzinari insieme a quelli di una certa politica che su quegli interessi aveva costruito consensi. Ad ordinare la sua uccisione fu Cosa nostra perché da tempo egli aveva intrapreso un'opera intensa e determinata di modernizzazione dell'amministrazione regionale contrastando, tra l’altro, l'ex sindaco Vito Ciancimino, il referente politico dei corleonesi, per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi. Nella sentenza della Corte di Assise del 12 aprile 1995, che ha giudicato gli imputati per l'assassinio si legge, infatti, che «l'istruttoria e il dibattimento hanno dimostrato che l'azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi» e si aggiunge che da anni aveva «caratterizzato in modo non equivoco la sua azione per una Sicilia con le carte in regola».
Nel 1995, vennero condannati all'ergastolo i mandanti dell'omicidio Mattarella, i boss della cupola: Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nené Geraci. Le condanne vennero confermate in Cassazione. Gli esecutori materiali non sono mai stati individuati con certezza.