Stati Uniti, Estero - 30 Aprile 2010
Stati Uniti, Estero - 30 Aprile 2010
Il conto per il disastro causato dall'incidente alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico sarà a carico della Bp: lo ha detto un portavoce dell'azienda, Nigel Chapman, interpellato dalla Bbc. «Il conto è nostro - ha spiegato - Tutte le risorse dell'azienda sono concentrate su questo evento, perchè venga gestito rapidamente, in particolare per difendere la costa al meglio possibile. Abbiamo squadre di tecnici al lavoro, equipaggiamento in quantità. Il fine principale, al momento, è proteggere l'ambiente: per questo abbiamo personale e equipaggiamento lungo la costa, per proteggerla. Lo sforzo è ora concentrato lì». Negli ultimi anni la BP è stata coinvolta in diversi incidenti e controversie, e ha dovuto pagare spese ingenti di risarcimento, nonchè multe (solo l'anno scorso 2 milioni di dollari per equipaggiamento non a norma in campi petroliferi lungo il North Slope, in Alaska). Ma secondo gli esperti - che non indicano cifre - il conto potrebbe essere assai più salato, questa volta: oltre alle spese di pulizia, che già ora ammontano a 6 milioni al giorno, Bp potrebbe dover affrontare multe e costi per garantire una maggior sicurezza delle piattaforme che gestisce nel Golfo del Messico. Poi ci saranno i costi legali: sono già scattate due azioni legali legate all'esplosione della Horizon e i possibili danni all'industria per la pesca dei gamberi.
La 'marea nerà continua a fuoruscire dalla piattaforma esplosa nel golfo del Messico e l'evento temuto nei giorni scorsi, l'approdo sulle coste statunitensi della Louisiana, infine è arrivato. L'interrogativo è se si possa evitare quello che da qualche parte è stato ipotizzato, cioè il peggiore disastro ambientale che abbia mai toccato un'area marina nel mondo, superiore anche a quello provocato nel 1989 dalla petroliera Exxon Valdez. «Dipende dal successo che possono avere le operazioni di chiusura del pozzo - dice Romano Pallotta, dirigente dell'Istituto di Ricerca delle acque del Cnr -. Il pozzo ha tre buchi e chiuderli credo che sia piuttosto complicato. Ma il problema è che la situazione ogni giorno va peggiorando, non si hanno segni di miglioramento. Guardando le previsioni della macchia per il primo maggio, diventa sempre più grande. E più grande diventa, maggiore sarà poi la difficoltà di raccoglierla. Non ho elementi per essere ottimista». A preoccupare sono le dimensioni. Un paragone dà meglio l'idea della vastità della macchia oleosa: «È stata contaminata un'area di 70.000 chilometri quadrati, grande quanto il bacino del Po - confronta Pallotta -. Il Medio Adriatico è pari a 130.000 chilometri quadrati, è l'estensione che fa spavento. Il buco emette 200.000 litri di greggio al giorno. articolare. Quando affonda una petroliera tira fuori quello che ha dentro. Ricordo che quando ci fu il disastro della Haven, nel golfo di Genova, nell'aprile 1991, la petroliera conteneva circa 140.000 tonnellate di greggio e prese fuoco. È stato calcolato che una percentuale di circa il 30% di greggio se ne andò con la combustione, che la dissolse. Qui invece la domanda è: quanto durerà questa fuoruscita?». Come sempre in caso di eventi naturali o catastrofi ambientali in altre parti del mondo, si guarda poi in casa propria, ai nostri vulcani dopo l'eruzione di quello islandese, in questo caso alle piattaforme di casa nostra. «Nel Mediterraneo - conclude l'esperto del Cnr - di piattaforme petrolifere ce ne sono poche, perchè la maggior parte sono per l'estrazione del gas, però quelle esistenti sono un pò delicate. Ce n'è qualcuna al largo della Sicilia, anche per l'estrazione di idrocarburi come il petrolio; comunque numericamente non hanno niente a che vedere con quelle del Mare del Nord».
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