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Bologna (Emilia-Romagna) - 28 Ottobre 2011

Giacomo De Maria Dodici «pensieri» con le mani

Giacomo De Maria Dodici «pensieri» con le mani

Descrizione dell'utente

Venerdì 28 ottobre 2011 alle ore 18

presso la Biblioteca d'Arte e di Storia di San Giorgio in Poggiale

(via Nazario Sauro, 20/2 ? Bologna)



verrà presentato il volume

Giacomo De Maria Dodici «pensieri» fatti con le mani

(ed. Bononia University Press)



di Eugenio Riccòmini



Con il saluto di Fabio Roversi-Monaco



Introduce Roberto Martorelli



www.genusbononiae.it




«Riguardo poi ai lavori di statuine e bassirilievi / sacri e profani fatti per tante e tante persone / di Bologna e fuori, non potrei quand'anche il / volessi ricordarmeli. Ho voluto dare un'occhiata / al corso dell'artistica mia vita a solo fine di / lasciare memoria alla mia famiglia di non aver / perduto tempo senza travagliare, e ciò non tanto / per vista di interesse, quanto pel genio di sempre / occuparmi in quell'arte e sin da fanciullo mi / vidi dalla natura caldamente inclinato».

Giacomo De Maria, 1826





Dall'introduzione di Eugenio Riccòmini:

"Era nato nel 1762, secondo il Sighinolfi a Bologna, ove poi prese stabile dimora nel Borgo della Paglia, ch'è l'attuale via Belle Arti; ma le ammirevolmente scrupolose ricerche di Silla Zamboni tendono a collocare la sua origine al Martignone, a poche miglia da San Giovanni in Persiceto; ove lo zio paterno gestiva le tenute agricole dei marchesi Zambeccari, famiglia che gli affidò poi (e magari anche subito, chissà) imprese di rilevante e prestigioso impegno.

Quando si dice: a cavallo tra un secolo e l'altro, o a mezza via. E in effetti dei settantasei anni che ebbe a campare (mica pochi, per quei tempi) Giacomo De Maria ne visse esattamente la metà nel secolo in cui vide la luce, e metà in quello successivo.

Ciò spiega, in parte, una certa sua duplicità e compresenza di modi, se non di stile: s'adatta ben presto, infatti, all'ideale nettezza e pulizia, che si voleva neogreca, che si stava imponendo dapprima a Roma e poi ovunque sulle orme dei capolavori pubblici del Canova, cui rende esplicito omaggio; e tuttavia, a ben guardare, non rinnega del tutto i collaudati insegnamenti felsinei dell'Accademia Clementina, e del gusto ivi approvato."



Eugenio Riccòmini è nato, per caso, in Sardegna oltre settant'anni fa, il giorno della sciagurata conquista di Addis Abeba. Ha vissuto a Roma, a Viterbo, a Parma, a Torino, a Venezia. Non ha un campanile che sia davvero suo, e parla solo dialetti appresi a scuola. Il solo campanile che s'è scelto non ha campane, ed è doppio: sono le due torri di Bologna. Qui è stato allievo di Carlo Volpe, e amico di Francesco Arcangeli, che gli hanno insegnato un poco di storia dell'arte. Il resto l'ha imparato disegnando dall'antico, girando per musei, e soprattutto facendo l'impiegato dello Stato negli uffici pubblici che badano alla tutela e al restauro delle opere d'arte: nelle Soprintendenze di Venezia, Bologna, Ferrara e Parma.

Per diversi anni si è trovato ad insegnare ai giovani nelle università: dapprima in Sicilia, e poi in Lombardia; con risultati discutibili sul piano accademico, ma suscitando qualche entusiasmo, qua e là. Ha condotto ricerche e scritto libri, come tutti: due sulla pittura a Ferrara nel Seicento e nel Settecento, due o tre sul Correggio, e poi sulla pittura settecentesca nel Ducato di Parma. Ha inoltre organizzato mostre, piccole e anche enormi: una su Donato Creti a New York, una su Annibale Carracci e una davvero sesquipedale, nel 1979, sull'arte del Settecento emiliano. A Bologna ha fatto anche il vicesindaco e l'assessore, stando sempre dalla parte che i più ritengono sbagliata e senza avvenire. Di ciò si consola pensando di stare, però, dalla parte giusta. E girando per musei, palazzi e chiese (e moschee, e sinagoghe), in folta compagnia, a godersi la bellezza racchiusa là dentro, come in un'oasi.

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