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Milano (Lombardia) - 27 Luglio 2011

Coppa addio, l'Italia ammaina le vele

Coppa addio, l'Italia ammaina le vele
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Coppa America addio, l'Italia ammaina le vele. Nel 2013 nessuna imbarcazione tricolore sarà in acqua nella baia di San Francisco. Quando si daranno battaglia i catamarani di oltre 20 metri voluti dal detentore americano, bisognerà accontentarsi di sfogliare l'album dei ricordi. Pagina dopo pagina, dalle foto di Azzurra in regata a Newport a quelle di Raul Gardini seduto a poppa del Moro di Venezia a San Diego, fino alla Luna Rossa che veleggiava agli antipodi e regalava notti insonni.

Azzurra
Azzurra
L'AVVOCATO - Ora la storia d'amore con il trofeo più antico del mondo, cominciata nel 1983, è finita. Per mancanza di soldi, più che di passione. Ritirato Mascalzone Latino, senza sponsor sufficienti nonostante fosse il primo sfidante del padrone di casa, Larry Ellison. Escluso Venezia Challenge, anche se i promotori sostengono di aver rispettato gli impegni economici richiesti. I tempi sono questi, ben diversi da quelli in cui Gianni Agnelli riesce a portare la prima barca italiana alla sfida dei Vanderbilt e dei Lipton, dei Sopwith e dei Bich. Nel 1962 l'Avvocato segue le regate, ospite di John Kennedy. Vorrebbe lanciare subito una sfida, ma deve attendere fino al 1983 per promuovere, insieme all'Aga Khan, quella di Azzurra. «Eravamo, e ci sentivamo, un po' come la nazionale di calcio» racconta Mauro Pelaschier, timoniere di quella prima avventura. «Non gareggiavamo per un armatore o per uno sponsor, ma per l'Italia».

Il commento - Una scelta estrema di Cino Ricci

Il Moro di Venezia
Il Moro di Venezia
GARDINI E BERTELLI - È l'inizio, cui seguono due sfide meno felici (Italia e Azzurra 2) nel 1987 in Australia prima di arrivare a San Diego, nel 1992, con le dirette tv, a mezza sera, la voce di Cino Ricci, il baffo del timoniere Paul Cayard. La sfida dispendiosa di Raul Gardini (vara ben 5 Moro di Venezia) vale la Vuitton Cup e la prima finale di Coppa America di una barca italiana. Otto anni dopo, l'avventura di Luna Rossa, che comincia in sordina, quasi più che ai tempi di Azzurra. I neozelandesi hanno strappato il trofeo agli Usa e si gareggia ad Auckland, quando in Italia è notte fonda. Patrizio Bertelli, patron di Prada e appassionato velista ci crede. Affida il timone a Francesco de Angelis, e la barca argentata, ribattezzata «silver bullet», proiettile d'argento, risveglia passioni e ricordi, conquista la Vuitton Cup e tiene sveglia mezza Italia portandola in pigiama alla finale contro i padroni di casa. Sembra non debba finire, anche se nel 2003 la Luna è un po' storta e Mascalzone Latino ancora inesperto. Nel 2007, a Valencia, dopo che Alinghi ha portato il trofeo in Europa, i team italiani sono ben tre.

Derby italiano ad Auckland 2003: luna Rossa contro Mascalzone Latino (Emblema)
Derby italiano ad Auckland 2003: luna Rossa contro Mascalzone Latino (Emblema)
COSTI - E ora? Dopo la lite legale tra Larry Ellison e Ernesto Bertarelli, conclusa con il duello del 2010 tra multiscafi giganti, la Coppa, tornata in America, ha scelto i catamarani. Doveva costare meno: a Valencia nel 2007 i top team avevano budget da 80 milioni di euro. L'obbiettivo era dimezzare i costi, ma chissà se sarà davvero così. «La visione della nuova Coppa, che ha anche aspetti tecnici positivi, ha ignorato le difficoltà dell'Europa - dice Francesco de Angelis -. Nel 2007 a Valencia la situazione economica era ben diversa. Non è una cosa da poco: 8 team su 11 erano europei. C'era necessità di cambiare la classe di barche. Ma non credo che la scelta fatta consenta budget molto più bassi di quelli dei monoscafi Iacc. Dicono: meno uomini di equipaggio. Va bene, ma per esempio: quanti, e con quale preparazione, ne servono per gestire a terra ali rigide di quelle dimensioni? Anche la pianificazione degli eventi di avvicinamento evidentemente non ha dato certezze agli sponsor». La questione dei costi può ridurre ulteriormente il numero di sfidanti. «Il caso di Venezia Challenge non sarà l'unico né l'ultimo» prevede Vincenzo Onorato, che con il suo Mascalzone sognava di portare la Coppa nel golfo di Napoli. «Non ci sono soldi, non ci sono sponsor la situazione non consente di fare l'America's Cup. La nuova formula? Io ho cercato di fare il massimo per affiancare Coutts e per ottenere anche condizioni migliori per tutti. Ma - sospira Onorato - questa purtroppo non era un'edizione da compromessi». Quanto a lui e al suo Mascalzone Latino, che continua a navigare con successo in altre classi e competizioni, confessa con un filo di tristezza nella voce, non ci proverà più. «Per me è una parentesi chiusa per sempre. Bellissima, mi sono divertito tantissimo, però c'è un momento per tutte le cose. L'America's Cup è un'impresa manageriale pazzesca, difficile». Anche Bertelli, prima di lui, aveva dato l'addio definitivo all'America's Cup.
Un AC 45, catamarano degli eventi preliminari per la Coppa 2013
Un AC 45, catamarano degli eventi preliminari per la Coppa 2013

RIPARTIRE DA ZERO - L'avvento di multiscafi forse ha influito: «È una vela che in Italia non ha tradizione ? ammette Pelaschier ? ma pesa più l'aspetto economico. Le aziende hanno altri problemi e non ci sono più da noi armatori che possono sostenere in proprio un'impresa del genere». Forse i catamarani cancelleranno anche lo spettacolo del match race, trasformando le regate di velocità: «Non credo - spiega de Angelis - saranno match race diverse, certo, ma sempre match race. Anche la questione dell'abitudine a questi mezzi è relativa: se andiamo a vedere, già ora i migliori timonieri nei team che si stanno preparando vengono dalla vecchia Coppa America e dal match race...».
Un po d'Italia rimane in alcuni degli altri otto team, detentore compreso: velisti, tecnici, perfino il management, come in Green Comm (bandiera spagnola) con al vertice Francesco De Leo. Ma per il resto l'addio rischia di essere definitivo. «Stare sul divano a vedere la Coppa in tv non renderà le cose più facili ? dice de Angelis ?. Per riprovarci si ripartirà da zero, altri saranno molto più avanti. Ma partecipare aveva senso soltanto con una sfida di alto livello. Non basta alzarsi la mattina e dire faccio l'America's Cup. Io sono all'antica, ma alla fine contano i risultati e quelli arrivano soltanto facendo progetti seri. Per avere adesioni questa volta si sono cambiati i criteri di accesso, in qualche modo abbassando i requisiti. Ora ci si rende conto che fare la Coppa è un'impresa che richiede pianificazione, organizzazione e mezzi».
By: Corriere della Sera
Reporter: Alessandro.