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Arezzo (Toscana) - 11 Aprile 2011

Arezzo le IDEE presentano Arrigo Petacco

Arezzo le IDEE presentano Arrigo Petacco

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È notorio" scriveva Massimo d'Azeglio pochi giorni dopo la proclamazione dell'unità d'Italia "che, briganti o non briganti, i napoletani non ne vogliono sapere di noi e che ci vogliono sessanta battaglioni, e pare che non bastino, per tenerci quel regno. Forse c'è stato qualche errore".
Era il 1861.
L'Italia non era ancora fatta, anche se era già stata proclamata regno.
Sfumato il progetto federalista di Cavour, il sogno unitario di Garibaldi e di Mazzini tardava a realizzarsi.
Per tutto il decennio successivo il neonato Regno d'Italia, privato della lucida guida del "tessitore", morto anzitempo, fu affidato a uomini che non erano all'altezza del grande statista. Invece di attuare l'ampio decentramento regionale da lui auspicato, si preferì rinviarlo "provvisoriamente" e "piemontesizzare" il paese, trasferendo lo Statuto albertino del vecchio Regno di Sardegna nelle regioni annesse.
Le insorgenze che seguirono nell'Italia meridionale furono scambiate per mero brigantaggio da liquidare con la forza, ignorando le motivazioni sociali che le alimentavano.
Ne derivò una sorta di guerra civile che insanguinò per anni il paese.
Inoltre la rozza campagna anticlericale, pur giustificata dalla stolta politica temporale di Pio IX, divise gli italiani anche nel campo della religione, l'unico collante che avrebbe potuto tenerli insieme.

Attraverso un'analisi storico-sociale del Risorgimento, il dr. Arrigo Petacco scrive "O Roma o morte. 1861-1870: la tormentata conquista dell'Unità d'Italia" (Mondandori editore), libro che sarà presentato sabato 16 aprile 2011 alle ore 17.00 nella consueta cornice dell'Auditorium del Museo d'Arte Medioevale e Moderna di Arezzo (INFO: 0575 409050) all'interno della rassegna letteraria dedicata al Risorgimento "Il Giardino delle Idee 150".



Arrigo Petacco ha iniziato la sua carriera giornalistica a "Il Lavoro" di Genova diretto da Sandro Pertini.
Prolifico scrittore e storico, ha sceneggiato vari film e realizzato numerosi programmi televisivi, in particolare con la Rai.
Nella sua attività giornalistica ha intervistato alcuni tra i protagonisti della Seconda guerra mondiale.
Nel 1983 ha vinto il Premio Saint Vincent per il giornalismo grazie alle sue inchieste televisive e nel 2006 il Premio Capo d'Orlando per il giornalismo.
È stato inviato speciale, direttore de La Nazione di Firenze e del mensile Storia Illustrata.

Ad introdurre e moderare gli incontro i giornalisti Antonella di Tommaso, Dory d'Anzeo e Francesco Maria Rossi.

Arrigo Petacco ricostruisce il clima e le premesse di quel decennio turbolento conclusosi nel 1870 con la breccia di Porta Pia e «Roma capitale ».
Rievoca, sfrondandole dagli orpelli della retorica risorgimentale, le imprese dei briganti, con cui per cinque anni l'esercito italiano si fronteggiò aspramente; gli eroismi di tanti giovani legittimisti che, affascinati dall'intrepida Maria Sofia, ultima regina di Napoli, si immolarono per la difesa di un mondo destinato a scomparire; nonché i sacrifici imposti alle masse popolari costrette a pagare il conto di un Risorgimento di cui ignoravano le istanze patriottiche.
In un racconto incalzante, intessuto di trame segrete, di oscuri retroscena e di torbidi inganni, assistiamo, nel 1862 e 1867, alle ultime spedizioni fallimentari di Garibaldi in Aspromonte e a Mentana.
Rivive, nella sua cruda realtà, la terza guerra d'indipendenza, che nel 1866 rivelò l'inadeguatezza della nostra casta militare, battuta a Custoza e naufragata a Lissa.
Il Veneto fu ottenuto in «limosina» grazie a un umiliante escamotage di Napoleone III, verso cui l'Italia era debitrice per la raggiunta unità.
Anche se poi non si esitò ad approfittare della sconfitta subita dai francesi a Sedan per impadronirsi di Roma, rimasta indifesa, e consentire così a Vittorio Emanuele II di esprimere la sua soddisfazione con la storica frase: «Finalment ij suma!».
Ma gli errori intuiti da d'Azeglio si perpetuarono nella nuova compagine unitaria, che a lungo continuò a sovrapporsi come un corpo estraneo a un'Italia intimamente frammentata.
Di quegli errori paghiamo ancora oggi le conseguenze.

"Cavour, Garibaldi e Mazzini sono i padri della Patria" afferma Arrigo Petacco "ma per la verità si odiavano, tutti quanti tra di loro si odiavano moltissimo. Cavour ha giocato Garibaldi, lo ha strumentalizzato, Garibaldi si è difeso contro di lui, Mazzini era odiato da entrambi, però la Storia li vuole tutti insieme perché tutto sommato tutti e tre hanno contribuito all'unificazione nazionale".
"I complotti sono sempre dappertutto" continua Arrigo Petacco. "In realtà l'Unità d'Italia nessuno la voleva, erano tutti federalisti a quell'epoca, compreso Cavour, anzi Cavour era sicuramente un federalista, l'unico che voleva l'unità nazionale era Mazzini che Cavour definiva "una corbelleria" perché proprio lui non ci credeva, d'altronde lui pensava in francese, parlava francese, non era mai stato a sud di Firenze. E lui sognava un'Italia di tre Stati, uno Stato del nord (vedi i Savoia) che sarebbe stato diceva lui il più ricco d'Europa, uno Stato del centro con una combinazione franco ? italiana, e voleva conservare il Regno dei Borboni. Lui fece tutto il possibile per salvare il regno dei Borboni. Purtroppo Francesco II quello che chiamano Franceschiello, che era un gran bravo ragazzo, ma aveva appena venti anni, non capì l'affare, il business che Cavour gli aveva offerto e rifiutò, rifiutò giocandosi la sorte del suo regno".

Secondo la tesi di Arrigo Petacco Cavour non la voleva far partire la spedizione di Garibaldi ed anzi cercò addirittura di mandare i Carabinieri, voleva mandare i Carabinieri per fermare Garibaldi perché sapeva che andando in Sicilia avrebbe rotto l'accordo con Napoleone III di fare l'Italia federale.
Un gioco di complotti perché in verità Vittorio Emanuele II, che voleva allargare il suo regno, segretamente disse a Garibaldi di andare avanti mentre ufficialmente gli ordinò di fermarsi.
Garibaldi non obbedì all'ordine, andò in Sicilia poiché in fondo tutti pensavano, e pure Cavour lo pensava che sarebbe stato inforconato dai contadini com'era accaduto altrove prima di allora e invece quasi per un miracolo questi mille uomini, di cui soltanto 18 erano siciliani e gli altri erano tutti nordisti, tutti bergamaschi, conquistarono la Sicilia e il Regno delle due Sicilie.
Garibaldi conquistò un regno e lo donò a Vittorio Emanuele II rifugiandosi poi a Caprera.

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